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69^ STAGIONE DEL “CIRCOLO DEL CINEMA” – WHITE GOD. WHITE GOD

01 gennaio 1970

REGIA:  KORNÉL MUNDRUCZÓ (UNGHERIA, 2014)

DURATA: 119’

PREMI: Festival di Cannes 2014: Premio Un Certain Regard per la regia, Palm Dog per i cani Luke e Body / Sarasota Film Festival 2015: Premio della Giuria per la Miglior Regia di un film a soggetto

 

Tre ragioni per non perdere questo film. Una: l’inizio. Due: la fine. Si tratta di scene di misteriosa e minacciosa bellezza, piena di angoscia l’apertura, di estasi la chiusura. Possiedono l’irrealtà ipnotica del sogno, invece appartengono al mondo della realtà filmata. Di entrambi sono protagonisti 274 cani (tutti provenienti da canili) e una ragazzina di 13 anni che è un’attrice sorprendente, una minuta divinità cinofila, intensa ed eroica, che ha contro tutto: la famiglia disintegrata, una umanità crudele e remota, i coetanei che la ignorano. Unico alleato, Hagen: un bastardo labrador,  forse il miglior cane attore di sempre.

A questo punto la vera recensione dovrebbe finire qui; cos’altro si può dire? Che il regista (anche attore: qui fa una particina) è ungherese, avrà 40 anni nel 2015, che il film ha vinto, a Cannes 2014, il Certain Regard. Ma nulla spiegherebbe questa spietata parabola ove un cane, abbandonato, vive una tremenda avventura di violenza e degrado diventando, come Spartacus, capo di una ribellione che prende d’assedio l’intera città.

Se Polanski facesse un remake di Lilli e il Vagabondo, ecco, verrebbe fuori una cosa del genere. Se non vi colpisce questo film – dedicato a uno dei più dimenticati e originali registi di tutti i tempi, l’ungherese Miklós Jancsó: ed è la terza ragione – lasciate perdere il cinema e dedicatevi tranquillamente a X Factor o a Candy Crush Saga.

(Mario Sesti, da “Film Tv”, 12 aprile 2015)

 

Ecco un film dove un inseguimento tra cani e accalappiacani è più emozionante di tutte le bagarre di Fast & Furious. Vincitore del Certain Regard a Cannes, White God del magiaro Mundruczó sembra le versione incattivita delle pellicole hollywoodiane con cani e bambini. Una legge per la protezione della razza (e i riferimenti all’avanzata elettorale del partito Jobbik non saranno casuali) impone una tassa sui cani bastardi, provocandone spesso l’abbandono. È la sorte che tocca ad Hagen, incrocio tra un Labrador e uno Shar Pei, quando il padre della tredicenne Lili lo lascia per strada. La ragazza tenta di tutto per ritrovarlo, mentre il dolce cagnone traversa una via crucis di sanguinari combattimenti tra animali, canili e altre persecuzioni di un’umanità che pare votata alla cinofobia. Diventando molto meno dolce. E qui la storia saluta i vecchi Rin-tin-tin e Lassie, prendendo una piega splatter sorprendentemente suggestiva. Ottimo protagonista canino (in realtà sono due: Luke e Body) per un film da scoprire.

(Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 9 aprile 2015)

 

Una corsa sfrenata, folle, liberatoria che sembra un finale perfetto e invece è soltanto un inizio visionario per un film sorprendente… uno dei titoli rivelazione di Cannes 2014, premiato nella sezione Un Certain Regard e con il Palm dog, il riconoscimento che ormai da anni premia gli attori a quattro zampe. (…) Per il regista, il quarantenne Kornél Mundruczó, il film ha una prospettiva simbolica, dove i cani raffigurano l’immagine degli eterni reietti, per rappresentare senza tabù le difficili relazioni sociali odierne tra le fasce più privilegiate e quelle meno fortunate.

«Non volevo fare un documentario o un film che ne utilizzasse il linguaggio, non è il mio stile, non è il mio modo di fare cinema. La mia idea era mostrare la complessità del problema e per farlo non potevo far riferimento ad un ambiente reale. D’altronde, si sa, più una storia è di fantasia, più è vera… Volevo far riferimento all’Ungheria il più possibile. Ho cercato di girare questo film rendendolo il più ungherese possibile e paradossalmente è finito per essere il più internazionale di quelli che ho realizzato…».

(Chiara Ugolini, da “La Repubblica”, 9 aprile 2015)

 

L’opera vive di un doppio binario per quasi tutta la durata, su cui si muove il rapporto conflittuale tra Lili, carattere ribelle, e il padre, inaridito dopo la separazione con la moglie, e le vicissitudini di Hagen, fino allo scontro finale.

Se la prima parte sembra essere quasi una fragile, se pur sensibile, vicenda di soprusi, nella seconda parte il regista cambia marcia, creando vere e proprie atmosfere apocalittiche, con effetti splatter, ma senza perdere però completamente un taglio di verisimiglianza con la realtà. Infatti, se in alcuni passaggi sa essere anche deliberatamente grottesco, il lavoro più interessante è quello eseguito dagli addestratori. I cani recitano alla perfezione, creando vere e proprie coreografie di scena. Opera riuscita che sa essere capace di intrattenere e di mostrare anche una certa stravaganza creativa, mai fine a se stessa.

(Leonardo Lardieri, da “sentieriselvaggi.it”, 8 aprile 2015)

045 8005895

Cinema Kappadue
Via Antonio Rosmini, 1,
37123 Verona


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