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Arch. Libero Cecchini

01 gennaio 1970

La casa e…l'ombrello
Da bambino guardava passare i treni, fantasticando, anche quando il cattivo tempo lo obbligava a ripararsi con l'ombrello. Quel guscio sulla testa è stato il suo primo sentore dell'architettura.

( leggi l'articolo su AbitareVerona cliccando sull foto)

Tutti conoscono l'architetto Libero Cecchini e il suo rapporto con Verona, di cui può essere considerato il "padre", onnipresente negli anni della sua ripresa post-bellica, sia negli accurati restauri e nelle attente ricostruzioni sia nei progetti dei nuovi edifici pubblici e privati del periodo. Dimore urbane ed extraurbane da lui ideate sono tuttora attuali nella concezione spaziale e nell'uso dei materiali. Si può sostenere a pieno titolo che l'architetto Cecchini si inserisca nell'ambito operativo di Brunelleschi, Palladio, Gaudì, Mies van der Rohe, maestri di epoche diverse, ma accomunati da una profonda conoscenza dei materiali, delle tecniche più appropriate al progetto, con i risultati ottimali che solo la perfetta applicazione di questi parametri consente.
In particolare quella residenziale privata, ma in generale tutta l'architettura di Cecchini è dominata dalla presenza costante della componente naturale che, in forma e peso diversi, irrompe nello spazio interno definendone il carattere.  La vegetazione ad alto fusto viene spesso integrata come elemento puntuale nell'impianto distributivo: attorno ad essa si muovono gli spazi, come in Villa Locchi, o si generano e si distribuiscono i volumi, come in una delle tre Ville Heberlein sul Lago di Garda. L'acqua viene convogliata in un sistema di percorsi e connessioni artificiali, memoria di antiche canalizzazioni, nella sequenza di interno-esterno-piscina di Villa Petracca.  Le montagne e il lago partecipano degli spazi interni attraverso ampie aperture finestrate presenti in tutte le case per vacanze.  La pietra naturale è utilizzata lavorata nei rivestimenti interni e nelle pavimentazioni e grezza, strutturale, nei muri a secco (in alcuni casi usati come semplici sostegni di terrazzamenti come in Villa Locchi, in altri come ossatura della fabbrica come in Casa Cecchini a Boscochiesanuova o in Villa Buffatti-Chierego.  Tanto si è parlato di Libero Cecchini architetto e urbanista, del suo lungo, fecondo percorso nel difficile ambito dell'architettura ampiamente intesa, delle sue "invenzioni" nell'uso dei materiali che hanno anticipato di decenni le scelte di celebrati progettisti internazionali. Ma qui si vuole chiedergli di parlare appunto della casa come interno, guscio, riparo per la famiglia e i suoi valori. Ascoltandolo, l'enunciazione dei principi che lo hanno accompagnato nel suo iter si alternano ad episodi di vita dei fortunati committenti delle sue opere, che ormai da generazioni ci abitano, dimostrando ampiamente, con la soddisfatta qualità di vita, la validità delle scelte progettuali. L'eloquio piano e scorrevole dell'architetto, colorato dalle espressioni dialettali che spesso si concede per dare colore e immediatezza al suo "racconto", dimostrano un forte attaccamento alle origini, e un vivo desiderio di condivisione delle varie esperienze, dalle più importanti alle più umili, esposte con la serenità e la imparzialità di chi sa vedere e valutare con equilibrio e cuore.
Nella recente lectio magistralis  tenuta per il Politecnico di Milano nella sede mantovana, parlando di "Luoghi e modi dell'abitare contemporaneo" l'architetto Cecchini così si esprime: "Il secolo scorso, con lo straordinario incremento di popolazione  e di evoluzione tecnologica, ha determinato regolamenti urbanistici che permisero di restringere lo spazio abitativo, rendendolo più confortevole a danno, tuttavia, della libertà individuale e psicologica. Siamo infatti tornati all'epoca della capanna, non più immersa nella natura, ma incasellata nei "loculi" di condomini e grattacieli.  All'architetto moderno pertanto rimane il compito di recuperare il senso, il valore psicofisico dell'abitare. L'architetto diventa quindi una sorta di consulente psicologico del committente, tanto da arrivare a concepire la cosiddetta "progettazione partecipata".
"Abitare nel paesaggio" e "residenze nel tessuto urbano" sono i due temi trattati.
Bruno Zevi motivando il premio Palladio a lui attribuito nel 1960, dice dell'opera di Cecchini (una villa sul lago di Garda): "Questa fedeltà alla natura è premiata: specialmente all'interno, la natura pervade la casa, il fogliame filtra fra le vetrate, la luce si incarica di modulare gli effetti senza forzarli". Non è già tutto detto in queste poche parole? E ancora meno ne servono all'autore, che si limita a sintetizzare così: "Costruire nelle pieghe del paesaggio". Pensiamo agli sbancamenti inutili, alla natura violata, ai materiali negati, alla volgarità che è diventata regola: mettendo in atto le frasi appena citate tutto quello che oggi offende e condiziona chi vive con sensibilità e cultura non avrebbe spazio.
I progetti urbani di Libero Cecchini anticipano di decenni i principi di orientamento e suddivisione interna solo oggi normalmente applicati, per cui le sue  architetture degli anni sessanta  hanno l'attualità di quelle che progetta oggi.
Valutazione dei servizi comuni, del verde, delle scuole, attenzione alla qualità di vita all'interno e all'esterno: la dignità dell'Uomo sempre in prima linea, con tutto quello che comporta nella stesura del progetto, in una compenetrazione sociale efficace, un contesto umanamente sostenibile: le case alloggio per gli anziani  di 40 anni fa sono ancora d'esempio, come la casa per artisti in cui la parte comune a piano terra prevede locali per gestire mostre autonomamente. Neppure il più accreditato psicologo potrebbe concepire meglio il modo per dare dignità al tempo finale di chi ha speso la vita per l'arte, e sente ancora la necessità di muoversi in quell'ambito. 
L'arte interamente intesa è espressione usuale per Libero Cecchini; oltre all'architettura, e alla scultura, cui era destinato dai tempi e dai luoghi della sua formazione (ma poi andò diversamente), il disegno e la pittura sono ancora vivacemente praticati.
Un'altra storia da ascoltare e da ricordare: sollecitato dall'intervento per una Via Crucis da inserire all'interno di un locale di preghiera, in una parrocchia della provincia, l'architetto Cecchini ha unito a questa esperienza l'emozione per la recente scomparsa di un sacerdote a lui caro, dalla vita esemplare: il suo volto e il suo operato gli hanno infatti suggerito una formella, "il Cireneo", non certo unica nel suo cammino d'arte. Già negli anni '40, infatti, aveva modellato formelle con scene bibliche per l'altare di Boscochiesanuova.  Altre committenze religiose, come le chiese di Ceraino e Gaium, nei primissimi anni della sua carriera, lo avevano avvicinato a questi temi.
La sua partecipazione umana, culturale e artistica agli eventi, piccoli e grandi del suo tempo è sempre stata la radice prima del suo essere fortemente ancorato alla storia e alla vita: un breve ricovero ospedaliero (sempre con un "pezzo di carta" per disegnare) gli ha dato lo spunto per fissare sul foglio espressioni e posture di sofferenza, suggerendogli l'immagine di un Cristo "sepolto nel mare dei migranti". Maurizio e Rosabianca Angiari coordinatori dello Spazioarte Pisanello lo hanno convinto ad esporre questi temi, che ad ottobre hanno rivelato ai veronesi un altro profondo aspetto, meno conosciuto, dell'architetto. La sua non è arte religiosa ma sacra: non rivela Dio, esprime il tormento esistenziale dell'Uomo. Coerentemente, non ha fatto altro in tutto il suo percorso di vita che lavorare per lui.

Lia Franzìa     

Orto Botanico di Novezzina


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