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il diritto al pane… buono

01 gennaio 1970

di Fabio Piccoli 

Da bambino mi avevano affibbiato il soprannome “paneto”. Questo perché, tornando da scuola, rubavo lungo la strada qualche panino dai sacchetti che allora venivano lasciati dai panettieri sopra le cancellate delle case. Ovviamente arrivavo a casa senza più appetito e mia mamma, disperata, per anni si è chiesta il motivo di questa mia disappetenza, portandomi di frequente dal pediatra. Gli amici lo sapevano bene ma non ne fecero mai parola, anche perché la punizione per il “ladro di panini” sarebbe stata gravissima.

Ricordo ancora con una notevole dose di nostalgia il profumo di pane che, da mezzogiorno in poi, si sprigionava, per le vie del paese, dai diversi cancelli dove i sacchetti facevano bella mostra. Più di qualche volta cercai di non farmi prendere dalla tentazione ma quel profumo era troppo inebriante. E allora, cercando di non farmi vedere, aprivo quei sacchetti scegliendo in uno la rosetta, in un altro una mantovana, in un altro ancora un filoncino di pane comune.

Il pane comune, una denominazione che a molti giovani di oggi non dice nulla. Ma per quelli della mia generazione il pane comune era qualcosa di molto popolare. Era in sostanza un pane, prodotto senza olio ma solo con farina e acqua, che veniva venduto ad un prezzo calmierato: 110 lire al chilogrammo, quando mia mamma mi mandava a comprarlo verso la fine degli anni sessanta, primi anni settanta. Io mi vergognavo di chiedere il pane comune al panettiere della piazzetta del paese che mi guardava come fossi un piccolo pezzente. Tutti attorno a me ordinavano il pane all’olio, quello bello dorato, e a me toccava invece chiedere quello che io allora avevo definito il “pane della vergogna”. Filoncioni bianchi dalla forma meno rifinita rispetto agli altri, quasi a voler denigrare coloro che gli acquistavano.

Alcune volte il panettiere antipatico addirittura si rifiutava di venderli, e allora tornavo da mia mamma senza il pane. Lei, arrabbiatissima, mi faceva tornare, dicendomi che il panettiere aveva il dovere assoluto di vendere anche quel tipo di pane. Rosso di vergogna, rientravo in negozio cercando di imporre i miei diritti con voce sommessa e il capo chino. Mi ricordo che una volta il panettiere mi diede il pane all’olio, facendolo pagare come quello comune. Buttò le rosette dorate con rabbia dentro il sacchetto, imprecando. Alla fine mi diede il sacchetto e disse: «Dì a tua mamma che qui il pane comune non c’è più». Tralascio gli improperi di mia mamma quando portai a casa quel pane. Ora non sono certo, ma mi sembra che addirittura ci impedì di mangiarlo.

Ho raccontato questa storia per due motivi; prima di tutto per rivendicare il mio amore spassionato per quello che si può considerare sotto tutti gli aspetti, dopo il latte, il più importante prodotto alimentare della nostra vita; dagli straordinari valori simbolici. E poi perché ritengo, e non sono l’unico, che la qualità del pane che consumiamo oggi è decisamente peggiorata rispetto al passato. Ho poco spazio adesso per nominare tutti quei panifici che purtroppo utilizzano farine con lieviti già introdotti di facile cottura ma di qualità pessima. Sapori omologati, tutti uguali, con panini che diventano immangiabili dopo due ore. Panini che continuano a lievitare anche quando gli abbiamo ingeriti, un esperienza che molti di voi ha vissuto.

Allora io oggi dalle colonne di Carnet Verona rivendico il diritto al pane, non per i motivi di manzoniana memoria, ma per riavere del pane buono, come quello di una volta. O ocme quello – perché no? – che chiamavamo “comune”.

   Il luogo Antica Osteria De Barco 

Vi raccomando di cuore, ora che siamo nella cosiddetta “bella stagione”, di andare all’Antica Osteria De Barco (tel.045.8980420 – anticaostariadebarco@alice.it), in località Barco nel comune di Lavagno. Il posto è incantevole e si può anche mangiare fuori, guardando uno dei paesaggi rurali più belli della nostra provincia. L’accoglienza è ottima, grazie soprattutto ad Andrea che è un vero e proprio animatore di sala, di quelli che non si “limitano” a fare il lavoro del cameriere ma riescono sempre a dare, insieme ad ottimi consigli, anche la giusta simpatia che ti mette a tuo agio e, se sei ad un pranzo di lavoro, anche di buon umore.

Ai fornelli il bravissimo, e anche lui simpatico (per me la simpatia è un requisito essenziale) Massimiliano, che è pure il titolare di questa bellissima casa rurale trasformata in un antica ostaria con semplice eleganza. Io ho mangiato un ottimo antipasto di gamberoni su un letto di piselli e un primo di lasagnette con scampi. Tutto straordinario.

   Il vino Lessini Durello Metodo Classico Fongaro 

Siamo entrati da qualche giorno nella stagione ideale per uno dei migliori spumanti italiani, il Lessini Durello. Sì, avete letto bene: per me le bollicine della Lessinia sono eccellenti e poco hanno da invidiare ad altri blasonati spumanti del nostro Paese e, perché no, anche della Francia. Detto questo, vi consiglio di cuore di provare il Lessini Durello Metodo Classico (ottimo quello della riserva con etichetta nera ma eccellente anche l’etichetta viola) della Fongaro, uno dei migliori in assoluto.

Fongaro (Via Motto Piane, 12 – 37030 Roncà – tel. 045.7460240 – www.fongarospumanti.it) è un marchio di garanzia nella produzione di questa tipologia di vino. La cantina è da un po’ di tempo nella mani di due bravissimi giovani, Matteo ed Alessandro Fongaro che, nel territorio della Val d’Alpone da anni riescono a tirar fuori il meglio da quest’uva difficile (non per niente si chiama Durella).

Profumi di pesca ma anche di fiori gialli e, in bocca, quella sapidità che gli esperti chiamano mineralità, quella che consente di abbinare questo vino a tutto. Io già mi pregusto primavera ed estate con il Durello di Fongaro e i miei amati salumi.

  

Giazza


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