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Natale, nostalgia a tavola di Fabio Piccoli

01 gennaio 1970

 Natale, nostalgia a tavola di Fabio Piccoli

 

Una volta si diceva che a Natale ci si sente tutti più buoni. A respirare l'aria che tira, soprattutto in questi ultimi anni, mi viene da pensare che anche questo detto ormai sia più un luogo comune che una realtà. Sono convinto, però, che anche oggi se non più buoni nel periodo natalizio ci sentiamo più nostalgici. La nostalgia, a mio parere, non è un sentimento negativo, soprattutto quanto riguarda alcuni elementi dell'enogastronomia ma anche alcuni riti della tavola, dello stare insieme.

Se penso ai ritorni in Toscana a Natale, nella terra natia della mia famiglia, negli anni Settanta mi commuovo fino alle lacrime (portate pazienza, invecchiando si diventa più fragili). Non solo nel ricordare le persone che non ci sono più, ma anche per quei sapori che rimangono indelebili nei nostri ricordi. Non appaia quasi blasfemo mettere insieme i sentimenti verso le persone care al ricordo dei piatti che hanno segnato il cammino della nostra vita. Vivere e mangiare sono legati in maniera talmente indissolubile che trovo questo legame di pensieri inevitabile.

Era una "guerra" di sapori il mio Natale di ben oltre trent'anni fa. Tra la cucina toscana, quella di mia nonna Petta senese, e i piatti della tradizione veronese realizzati dalla nonna Dele, di Bussolengo. Un alternarsi straordinario di aromi, profumi. Dai Pici con i funghi porcini (tradizionale pasta toscana) della Petta alle straordinarie pappardelle in brodo con i fegadini della Dele. Già con i primi iniziava la sfida non solo tra due diverse cucine ma anche tra due tradizioni culturali ben lontane tra loro. Diversità che noi all'epoca concepivamo come un arricchimento e oggi mi sento un privilegiato per averlo vissuto. Forse se facessimo parlare di più la "cucina" e meno gli egoismi personali potremmo veramente avere non solo Natali più sereni ma anche maggiore tolleranza e spirito di convivenza civile.

Scusate la divagazione torniamo ai fornelli. Sui secondi la "sfida" si faceva ancor più accesa. Nonna Petta incrociava le forchette con i migliori uccellini scappati della mia vita (un involtino di carne variamente speziato con una foglia di salvia e uno spicchio d'aglio) accompagnato da zucchine ripiene che se ci penso veramente mi viene un nodo in gola. Ma nonna Dele non era certo da meno con il bollito con la Pearà che, signori miei con difficoltà ho trovato così buono nel prosieguo della mia vita.

La sfida proseguiva anche in cantina. Qui erano i nonni a scendere in campo. Il toscano nonno Peppe aveva due assi nella manica: il fiasco di Chianti rigorosamente sulla destra ai suoi piedi, pronto per essere versato al nipote che si comportava meglio (un goccino ovviamente) e per l'abbinamento al panforte e ai ricciarelli, il mitico vinsanto conservato in un vecchio caratello dentro il comò anni trenta del salotto. Nella rigorosa tradizione anche le proposte enologiche di nonno Checco con il Valpolicella de Maran e il Recioto per le brasadele (all'epoca di Amarone ancora non si parlava).

Il tutto condito dal piacere di stare insieme. Forse è proprio questo il piatto, l'ingrediente che consiglio a tutti i lettori di Carnet Verona per questo Natale.

 

Innsbruck, Centro Storico
6020 Innsbruck


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