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Pino Dal Gal | Lo spazio incantato

dal 11 dicembre 2015 al 06 gennaio 2016

Immagini pittoriche di giardino giusti, impreziosite dalla stampa su seta, in mostra fino al 6 gennaio a Valgatara nello store Ballarini Interni.

Intervista al fotografo Pino dal Gal allo store Ballarini Interni

Ci voltano le spalle le silenziose abitanti dell’antico giardino, quel giardino che proprio per la sua fama e bellezza finì per concidere con il nome stesso della famiglia che ne è tutt’ora propietaria, I Giusti del Giardino. Le figure mitologiche che lo abitano, siesumate dell’armonia della classicità, sono quelle su cui si è postato l’obiettivo del fotografo veronese Pino Dal Gal per il suo ultimo ciclo di fotografie, immagini che, con la presentazione di Luigi Meneghelli, dal 10 dicembre saranno esposte a Valgatara, nello spazio Ballarini Interni (fino il 6 gennaio 2016) e che a breve diventeranno un libro, dal titolo “Lo spazio incantato”. Impreziosite attraverso la stampa su seta di grande formato che ne ha esaltato la qualità pittorica, le foto raccontano la luche che trasgorma gli antichi marmi nelle calamite di tutte le vibrazioni cromatiche che l’ora del tramonto accende nel giardino.

 

Dal Gal, com’è nato questo lavoro?
Sono sempre stato affascinato da Giardino Giusti, ma la bellezza del luogo e la sua storia fanno correre un grandissimo rischio, quello della foto cartolina: ancora una volta si è trattato di una sfida. L’importante per me è non lasciarsi cadere nel documento, ma analizzare le cose, e farle vivere come le sento io. Ho iniziato a selezionare, e a fare mio il soggetto, per arrivare, come sempre, alla mia interpretazione della realtà. E alla fine, come mi è accaduto per i cicli precedenti, sono arrivato a costruire una storia, un racconto per immagini che ognuno può leggere secondo la sua sensibilità. Nella genesi del lavoro è stato importante anche l’incontro con lo stilista Lamberto Petri dalla cui collaborazione è nata una linea di foulard con le foto del giardino.
Quindi fotografia non come documento, ma come interpretazione…
La prima cosa che insegno agli studenti che vengono da me è chiedersi, prima ancora di iniziare a usare la macchina, perché fotografano. Devono capire qual è la loro visione del mondo, il loro pensiero religioso o politico. Attraverso questo percorso devono individuare il loro modo di leggere la realtà. Altrimenti non faranno mai una buona fotografia.
Ciò che caratterizza le immagini della serie dedicata al Giardino Giusti è una particolare resa dei colori, con una qualità che le fa assomigliare a dipinti impressionisti, dove le ombre assumono tonalità viola, azzurre, gialle…
In realtà non ho fatto altro che ritrarre i colori reali. Bisogna sapere attendere con molta pazienza la luce giusta. Il mio intervento per esaltarli in fase di stampa è stato davvero minimo. Una volta, in camera oscura si poteva agire sul contrasto e sulla luce; oggi mi servo del computer alla stessa maniera. Nelle mie foto non c’è quasi post produzione. Voglio restare fedele il più possibile al dato originario.
Quali sono stati i vantaggi di passare al digitale?
Il digitale mi ha dato molte opportunità, soprattutto la possibilità di essere più creativi e più veloci, ma in fondo uso il digitale esattamente come facevo con l’analogico.
“Lo spazio incantato” sembra una metafora dell’armonia e del silenzio…
Il mio stile è caratterizzato dalla ricerca costante di foto sequenze cicliche intorno a un tema da sviluppare, diventano dei foto racconti a volte accompagnati da un testo, il più delle volte è vero, diventano metafore. Cerco la bellezza anche dove non te l’aspetteresti, nella geometria delle impalcature di un cantiere, oppure anche nelle cose più scontate e sfruttate, come i riflessi sull’acqua, ma ne deve sempre venire qualcosa di nuovo. Porto i ragazzi a fotografare dove non c’è niente, per stimolarli a cercare dei dettagli, a guardare con i loro occhi. Ormai si vive di immagini, tutto è già stato fatto, fotografare ancora ha un senso oggi se si esprime qualcosa.
Quando arriva per lei l’intuizione di voler fare il fotografo?
La passione per la fotografia per me è innata. Negli anni ’60 ho fatto i primi scatti neorealisti; il mio mito era, ed
è ancora, Antonioni. La prima foto ricordo che l’ho fatta in un paese, un porticato, mi piacevano le luci e le ombre, ma non ricordo nemmeno che paese fosse, non era importante per me nemmeno allora documentare. Dagli anni ’70 ho iniziato a raccontare, a costruire racconti sociali, come nelle foto sulla “Mensa aziendale”, o quelle di “Chicken story”, mi piacevano le cose dimenticate e abbandonate come nel “Cimitero d’auto”. Volevo attraverso la fotografia dar loro una seconda vita. Poi sono venute le rocce antropomorfiche della Sardegna. Anche la serie delle calle è stata una sfida: è un fiore fotografato da tutti i grandi, da Tina Modotti a Mapplethorpe, era facile cadere nelle stesse immagini che hanno fatto gli altri. Ho fatto molta fatica, ma credo di aver trovato un modulo diverso, nella ripresa, nel modo di concepire la parte grafica, nella forma nella composizione. E alla fine queste sono le mie calle.
Il suo fotografo preferito?
È difficile dirlo, ce ne sono tanti, impossibile non ricordare Weston, Adams, Avedon, Penn, Mapplethorpe… Fra gli italiani sicuramente Luigi Ghirri, anche lui è un interprete della realtà. Ha tirato fuori un mondo nuovo con un occhio nuovo. E poi Mario Giacomelli con la poesia delle sue immagini; Oliviero Toscani per la genialità e la forza…
Qual è stata la sua serie più emozionante?
Difficile dirlo. Non sono mai contento, continuo a mettermi in gioco e a sperimentare, ogni mio racconto nasce da una profonda meditazione e non voglio mai rifare le stesse cose, ma ogni soggetto è stato importante. “Mensa Aziendale” mi aveva profondamente coinvolto, per l’atmosfera della fabbrica, e per aver percepito nella massa di operai quella sensazione di enorme solitudine. “Chicken story”, che è del 1976, è stata straziante, mentre la serie sulle rocce della Sardegna, del 1977, è una ricerca sulle forme e sulla metamorfosi che mi ha intrigato di più sugli aspetti formali.
Una delle sue soddisfazioni più grandi?
Vedere le mie foto sul catalogo della mostra che racconta l’evoluzione della fotografia nel mondo, pubblicato in Germania nel 2012, una mostra organizzata dal Rem Museum di Mennheim. È stato un riconoscimento inatteso e davvero importante.
Cosa deve avere una foto per essere riuscita?
Deve unire la forma estetica, la grafica, il contenuto e la qualità tecnica, e il tutto deve darmi un’emozione. Per esempio, le foto delle statue di Giardino Giusti. Quando sono andato là ho visto che la luce era giusta verso le cinque del pomeriggio, in inverno, al tramonto. Avevo valutato i piani e alla fine l’insieme sembra una rappresentazione teatrale. Ho fatto vivere le statue come fossero i personaggi di un racconto, una messa in scena.
Ma lei, in fondo, perché fotografa?
I miei sono sempre racconti sviluppati attraverso una serie di scatti. Sento la necessità di raccontare attraverso le immagini il momento in cui viviamo. A volte ci si confonde tra l’idea di un fotografo che punta ad avere una qualità artistica, e un artista fotografo. Ecco, io mi sento più un artista che per esprimersi usa la macchina fotografica; è il mezzo che mi è più congeniale.

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dal 11 dicembre 2015 al 06 gennaio 2016

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