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32° TORINO FILM FESTIVAL: IL CINEMA CONTRO LA CRISI

6 Dicembre 2014
Costermano

Da qualche giorno si sono spenti i riflettori sulla bella Torino che, da ormai 32 anni, ospita uno dei festival cinematografici più importanti a livello nazionale e non solo. A sipario chiuso si possono dunque fare le prime considerazioni sull’evento: quest’anno a prenderne le redini è stata Emanuela Martini, acuta e brillante critica cinematografica, da molto tempo collaboratrice del Festival. La sua direzione si è rivelata di fatto quasi impeccabile (soprattutto per quanto riguarda la scelta dei film in programma) e per nulla inferiore a quella di alcuni predecessori “illustri” come Nanni Moretti. Il Torino Film Festival è d’altronde per molti appassionati ed esperti del settore una certezza; nato come rassegna interamente dedicata al cinema fatto dai giovani, nel corso degli anni si è infatti evoluto assumendo un’identità precisa e sotto molti punti di vista unica. Tanto per cominciare niente red carpet, che il cinema è fatto innanzitutto di pellicole e i vip possono trovare spazio altrove (leggasi Venezia). In secondo luogo banditi capannoni o simili in cui concentrare le sale e il pubblico: il Festival è inscindibile dalla sua città e dai suoi cinema più o meno storici. A film finito lo spettatore trova quindi ad attenderlo, letteralmente sulla soglia della porta, la Mole Antonelliana o l’illuminata e vastissima Piazza Vittorio. Infine la programmazione: molti, forse anche troppi, film, spesso diversissimi tra loro per soddisfare i gusti di tutti. Lo snobismo è messo al bando e rimpiazzato da un’assoluta e sincera cinefilia. Per gli amanti della commedia i titoli non sono mancati, a partire dall’ultima fatica di Woody Allen Magic in the Moonlight, presentato in anteprima nazionale, o dall’esilarante anti-cinepanettone Ogni maledetto Natale diretto dagli autori della amatissima serie tv Boris che vanta un cast d’eccezione (Valerio Mastandrea, Laura Morante, Corrado Guzzanti). Lo stesso si può dire per il genere noir che l’ha fatta da padrona con una serie di titoli significativi quali l’americano The Drop che, tra le altre cose, contiene una delle ultime apparizioni sul grande schermo del mitico James Gandolfini e Cold in July, film reduce da un grande successo di pubblico alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, destinato a diventare un cult anche grazie all’irraggiungibile interpretazione di Don Johnson. Non sono mancati nemmeno i drammi: da segnalare il virtuoso La chambre bleue, tratto da un romanzo di Georges Simenon e l’umanissimo e doloroso The Disappearance of Eleanor Rigby, presentato nella rara versione divisa in due parti che si propone di raccontare la stessa storia (la fine di una relazione d’amore) da due punti di vista diversi, ovvero quello del protagonista maschile e quello della protagonista femminile (una impeccabile Jessica Chastain). Variegato e interessante anche il programma del concorso vero e proprio all’interno del quale la giura (capitanata da Ferzan Ozpetek) ha deciso di premiare il francese Mange tes morts e di assegnare una menzione speciale – meritatissima – all’italiano N-capace di Eleonora Danco. Un’opera prima delicata e commovente che testimonia a gran voce le potenzialità insite nel cinema nostrano, spesso ingiustamente bistrattato o, peggio ancora, ignorato.

Nonostante i significativi tagli al bilancio questa trentaduesima edizione del Festival ne è insomma uscita vincitrice, con un aumento complessivo del numero di spettatori. Si parla di circa 90.000 persone che, in barba e contro alla crisi, hanno deciso di investire tempo, denaro e cuore a favore del buon cinema. Come biasimarli?

Manuela Monsorno

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