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La maternità e l’ipermaterno

28 Febbraio 2024

Il nuovo libro della professoressa Adriana Cavarero fa luce usando la filosofia sulla rappresentazione contemporanea dell’esperienza di generare

di Agnese Ceschi

 

Cosa vuol dire essere madri? Cosa significa pensare il corpo come materia vivente che, nel parto, si apre e si lacera?
Riportando il concetto di “vita” alla sua dimensione viscerale, Adriana Cavarero, filosofa, professoressa universitaria e autrice di numerose pubblicazioni, sfida l’indifferenza della filosofia per il corpo materno e ne esplora i lati oscuri e inquietanti, emarginati da una tradizione che predilige rappresentazioni idilliche e luminose. Emerge così una maternità eccedente, un’«iper-maternità».

 

Professoressa Cavarero: cos’è l’ipermaterno?
È la rappresentazione esagerata e amplificata della maternità, che troviamo nei miti antichi, come quelli greci. I miti vedevano nella maternità, nell’esperienza di generare, una grande potenza, percepita talvolta anche come spaventosa. Abbiamo statute e reperti archeologici della Grande Madre, statute di donne massicce e corpulente, con mammelle prosperose, che rappresentano la potenza materna di generare. Ai nostri tempi manca questo tipo di sensibilità: la maternità è vista come una cosa scontata e non c’è una riflessione completa in merito. Nell’antichità aveva invece una potenza simbolica.

 

Può spiegarci il titolo del Suo libro “Donne che allattano cuccioli di lupo”?
È preso da un verso delle Baccanti di Euripide. Euripide racconta delle donne di Tebe che, invasate dal dio Dioniso, vanno nei boschi e diventano selvagge: danzano, bevono latte, miele e vino, che sgorgano dalla terra. Coloro tra esse che erano fresche di parto, con le mammelle gonfie, allattano cerbiatti e cuccioli di lupo. Questo passaggio è interessante dal punto di vista simbolico: si prevede la trasgressione dei confini tra specie umana e animale. Un’immagine a noi non così sconosciuta, che ricorda la vicenda di Romolo e Remo allattati da un lupa.

 

Quale messaggio vuole lasciare con questo libro?
Vorrei proporre di recuperare il valore simbolico profondo che vede le donne coinvolte nell’atto di generare. Oggi si parla di maternità in una duplice modalità: da una parte è vista quasi come un dovere secondo il pensiero comune che “una donna si realizza” solo tramite la maternità. Dall’altro lato la maternità è vista come un limite, perché blocca la carriera delle donne. Il secondo messaggio è utopico attraverso il recupero dell’esperienza del generare come qualcosa che appartiene al mondo dei viventi, a tutti gli essere viventi. Siamo viventi tra i viventi, uniti dall’esperienza della maternità.

 

A proposito di parità, cosa ne pensa della parità di genere in Italia?
In Italia c’è una parità di genere formale, ma non sostanziale. C’è sicuramente ancora discriminazione di genere nelle carriere e negli stipendi. E qui il femminismo sono 100 anni che combatte, figuriamoci in altri Paesi dove questo è più recente o non esiste proprio. Ricordo quando sono entrata all’università di Padova diversi decenni fa, ero l’unica donna nel dipartimento di Filosofia e questo non mi ha certo agevolato. Mi sento comunque fortunata per aver ricevuto molto dal punto di vista dell’affermazione culturale e del riconoscimento a livello internazionale del mio lavoro. C’è ancora molta strada da fare…

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