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La nuova frontiera“tossica” dell’occupazione: l’autosfruttamento

26 Gennaio 2024

ph. di copertina Serena Pea

Qual è il ruolo del lavoro nella vita di ciascuno di noi? Ne è una parte o è la vita stessa? In scena al Camploy uno spettacolo per chi ama il proprio lavoro, ma anche per chi lo odia.

di Federica Clemente

Il mondo del lavoro, negli ultimi anni, ha subito un radicale cambiamento, e con esso soprattutto è mutato l’approccio delle persone alla propria professione: ci si preoccupa della qualità del lavoro, quando in passato bastava semplicemente averne uno; si valuta con più attenzione la voglia di lavorare e quella di bilanciare il tempo dedicato all’attività lavorativa con il tempo per la vita privata. Un’urgenza che riguarda sì i giovanissimi che si affacciano al mondo del lavoro, ma anche chi è già avviato nella sua carriera.
A offrirci uno spaccato su questo tema, in modo fresco e coinvolgente che induce tutti a riflettere sulle domande più comuni che ci poniamo, sono Lorenzo Maragoni e Niccolò Fettarappa, autori di “Solo quando lavoro sono felice”, spettacolo prodotto dalla Corte Ospitale, in scena al Teatro Camploy giovedì 1° febbraio per la rassegna L’Altro Teatro. L’autore e attore Lorenzo Maragoni ci ha accompagnato alla scoperta della messinscena da egli definita “uno spettacolo per chi ama il proprio lavoro ma anche per chi odia il proprio lavoro, per imparare ad amarlo o imparare a odiarlo”. Sul palco, Niccolò e Lorenzo parlano dei loro rispettivi capi: Niccolò e Lorenzo. Ma in scena ci sono anche i rispettivi capi di Niccolò e Lorenzo: Niccolò e Lorenzo, che parlano di Niccolò e Lorenzo. Insomma, un vero grattacapo. Almeno in apparenza.

 

Da dove è nata l’idea di uno spettacolo dedicato al mondo del lavoro?
Dal contesto nel quale viviamo: siamo passati da un momento storico nel quale il lavoro era un diritto e fonte di realizzazione personale, a un tempo in cui si ha il dubbio di voler lavorare, o comunque si desidera impiegare meno tempo della propria vita, ma avere comunque le risorse economiche sufficienti per coltivare i propri interessi. Noi non facciamo altro che portare in scena questo cambiamento.

 

Qual è il vostro approccio al lavoro?
Noi siamo attori, con tutta la precarietà e libertà che questo comporta. In scena portiamo la differenza tra un lavoro dipendente, sicuro e il lavoro autonomo: ma siamo sicuri che la differenza sia nella modalità o non sia piuttosto nel lavoro in sé? Con questo spettacolo suscitiamo una reazione nel pubblico, lasciandogli qualcosa, e questo fa parte del nostro mestiere: siamo fortunati, privilegiati a farlo, perché con le sue difficoltà e incertezze, i momenti di grande fatica, resta pur sempre il lavoro che amiamo.

 

Che tipo di reazione suscitate nel pubblico in sala?
Una reazione liberatoria. È uno spettacolo molto divertente in cui le nostre scritture, di base comiche, hanno trovato un equilibrio molto interessante. Si ride tanto, di una risata di immedesimazione, a tratti anche amara, è questo il nostro modo di stare in scena.

 

Nel tuo percorso artistico ti occupi anche di poetry slam, di che si tratta?
Consiste in sfide di poesia tra persone che salgono sul palco per proporre i propri pezzi in un tempo definito, tre minuti, e vengono giudicati dal pubblico che votando decreta il vincitore o la vincitrice della serata. È un format che nasce negli Stati Uniti negli anni ’80 e approda in Italia negli anni 2000, per restituire alla poesia il suo ruolo sociale, di aggregazione, di riconoscimento delle persone. Con la poetry slam la poesia è popolare, inclusiva. Oggi, in Italia, questo genere sta vivendo un momento di grande successo, coinvolge un pubblico giovanissimo, perché è un modo per esprimere una parte di sé. Gli slam si tengono in locali, teatri, locali, festival, in luoghi anche non convenzionali perché bastano cinque persone (il numero minimo per i membri della giuria). Normalmente sono organizzati dalla Lega Italiana Poetry Slam (LIPS) e dai collettivi, anche a Verona ce n’è uno che si chiama Catarsi Poetry.
Anche nello spettacolo “Solo quando lavoro sono felice” darò un piccolo assaggio del linguaggio poetry slam, quando parliamo delle grandi dimissioni, un momento che mi sembrava si prestasse per la forza quasi epica, individuale e al tempo stesso collettivo, che questo genere riesce ad avere.

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