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L’Autoanalisi di un comico

23 Febbraio 2017
Palazzo della Gran Guardia

di Giacomo Tosadori

Carlo Verdone; comico, sceneggiatore, attore e uno dei registi più importanti del cinema nazionale. Arrivato in Gran Guardia per presentare il suo film “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”, selezionato per la rassegna “Love Film Festival”, in cui recita al fianco di una giovane Margherita Buy, sembra iniziare la sua presentazione con l’obbiettivo di illustrare il suo film e rispondere alle domande del pubblico, magari accontentando qualche ammiratore con una foto o un autografo. Invece, dopo aver raccontato la sinossi del suddetto film, Verdone si lascia andare in un interessante analisi della società italiana di inizio anni 90, un epoca in cui il maschio guascone e sciupafemmine, portato sui nostri schermi da attori magistrali come Sordi e Gassman padre, inizia a ritirarsi in sé stesso, a dimostrare le sue insicurezze e fragilità dovute, in parte, all’innovazione portata dalla cultura femminista nella società italiana. La stessa donna, che passa da una situazione in cui era vista solo come madre e moglie, a una dimensione totalmente nuova in cui acquista non solo l’ indipendenza ma anche una sostanziale parità sociale con l’uomo, si trova in mondo completamente nuovo, e ciò finisce col provocare uno spaesamento, che sfocia in psicosi e abusi di analisi da entrambe le parti. La maestria di Verdone, che definisce sé stesso come un “pedinatore della vita”, consiste proprio nel farsi interprete di questa epoca, unendo le emozioni che osserva nella società con la sua stessa personalità, creando un personaggio che è allo stesso tempo un intimo ritratto dell’attore e un simbolo in cui chiunque può riconoscersi; modellando i protagonisti sulle figure di sé stesso e di Margherita Buy, Verdone riesce a creare una sinergia unica tra sé stesso e lo spettatore. Dopo tali riflessioni, Verdone chiarisce un punto fondamentale; il suo lavoro, e in generale tutta la cultura, devono basarsi sull’ desiderio profondo di voler catturare il reale in tutte le sue sfumature; perciò egli guarda con molta preoccupazione il mondo moderno, in cui tutti, dai calciatori ai bambini, si omologano a un modello perdendo così quella diversità e quella multiculturalità che sono parti fondanti del reale. Questa mancanza di diversità porta anche al manifestarsi di un “cappa di tensione” che pervade tutti gli aspetti e i componenti della società, creando soprattutto un divario tra generazioni che Verdone rimpiange essere sparito dagli anni ‘60, epoca in cui la musica e in particolare il rock di Hendrinx era in grado di creare un collante inter-generazionale. Tuttavia, quando alla fine della riflessione si osserva Verdone abbracciare una giovane ragazza che recitò con lui ne “La grande bellezza” di Sorrentino, viene da pensare che forse questo legame, tra l’energia dei giovani e l’esperienza degli adulti, non sia del tutto scomparso.

Piazza Brà, 1,
37121 Verona

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