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Perfetti sconosciuti: le relazioni e le emozioni umane filtrate da uno schermo

5 Dicembre 2023

Abbiamo intervistato Paolo Genovese, autore e regista del film e dello spettacolo teatrale “Perfetti Sconosciuti”

di Agnese Ceschi

Cosa succede se durante una cena un gruppo di amici decide di fare un gioco della verità mettendo i propri cellulari sul tavolo per condividere pubblicamente messaggi e telefonate? Ci si accorge che in realtà siamo tutti “Perfetti Sconosciuti”. Tratto dall’omonimo film del 2016, campione di incassi oltre che di premi, “Perfetti Sconosciuti”, in scena al Teatro Nuovo dal 23 al 28 gennaio, vede nuovamente alla regia Paolo Genovese, all’esordio a teatro. Abbiamo intervistato proprio lui, Paolo Genovese, che ci ha raccontato come è nato questo testo e cosa vedremo a teatro.

 

Questo è uno testo nato per il cinema, poi approdato a teatro. Cinema e teatro: che differenza c’è?
Il passaggio dal cinema al teatro è molto più complesso di quanto si possa pensare: il cinema non è un continuum, bensì una serie di scene ed inquadrature, che il regista monta ad arte. Il teatro, al contrario, è come una lunga scena che dura due ore. Adattare Perfetti Sconosciuti per il teatro ha significato reinventarsi tutte le dinamiche, con un diverso ritmo.

 

Si è portato qualcosa dal film?
L’anima della storia è esattamente la stessa, però la scena teatrale richiede degli adattamenti. Devo dire che la partecipazione del pubblico vedendo gli attori sul palco è ancora più interessante, che dietro ad uno schermo.

 

Cosa piace di questo testo, secondo Lei?
Il fascino maggiore di questo testo è la grande immedesimazione che genera nel pubblico, che fa stare scomodo lo spettatore sulla sedia. È una commedia, ma con un fondo drammatico.
Racconta la nostra vita e quello che può succedere a tutti. Nessuno è immune dall’ansia che può generare questo spettacolo.

 

Perfetti sconosciuti: cosa si nasconde dietro a questo titolo?
Questo spettacolo vuole stimolare una riflessione su quanto poco, a volte, ci conosciamo tra persone della stretta cerchia (mogli, mariti, figli, parenti…). Una riflessione sul non conoscersi mai a fondo e come oggi la nostra parte più intima e profonda la nascondiamo dentro ad un oggetto.

 

Cosa le ha ispirato la scrittura di questo testo?
Quando l’ho scritto tra il 2015 e il 2016, era un momento in cui i social, Internet e la tecnologia esplodevano in modo fragoroso. L’idea che un oggetto, come lo smartphone, potesse cambiare così prepotentemente le nostre vite è stato il punto di partenza per raccontare questa storia. La tecnologia ha stravolto la vita di tutti, ma non penso che vada demonizzata. C’è un uso fisiologico, che ha generato la possibilità di esprimente le nostre idee ed informarci, ma anche uno patologico: eccessiva esposizione, dipendenza e chiusura al mondo esterno. Ormai la maggior parte dei rapporti avviene attraverso il diaframma dello schermo.

 

Cosa può dirci del cast dello spettacolo?
Ho un bellissimo rapporto con il cast, che senza dubbio contribuisce al successo dello spettacolo. Dino Abbrescia, Alice Bertini, Marco Bonini, Paolo Calabresi, Massimo De Lorenzo, Anna Ferzetti e Valeria Solarino sono molto bravi. Io li conduco, cercando di far sì che la sceneggiatura vada rispettata, li metto nei binari della sceneggiatura. Questo non esclude che possano nascere delle improvvisazioni da parte loro.

 

Pubblicità, sceneggiatura, regia: come è nata la sua grande poliedricità creativa?
La cosa che amo di più è scrivere. Lo faccio da sempre, fin da bambino. Infatti, a breve uscirà il mio nuovo romanzo che si chiama “Il rumore delle cose nuove” (edito da Einaudi).

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