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Pietro Bianchi. L’Uomo e il Banchiere. 1913-1979

1 Gennaio 2013

Testo a cura di Maria Teresa Ferrari foto Antonella Anti

E’ stato presentato nella sala convegni della Banca Popolare di Verona in via San Cosimo il volume «Pietro Bianchi. L’Uomo e il Banchiere. 1913-1979» dedicato alla figura dello storico direttore generale e vicepresidente della Banca Popolare di Verona, che operò nella nostra città dal 1957 al 1979, anno della sua scomparsa.

Alla presentazione sono intervenuti Carlo Veronesi presidente del Comitato «Per Ricordare Pietro Bianchi» (composto da imprenditori e professionisti scaligeri promotore, assieme alla famiglia, della pubblicazione), Carlo Fratta Pasini presidente del Consiglio di sorveglianza del Banco Popolare, Alberto Bauli presidente della Banca Popolare di Verona-Sgsp spa, Roberto Ruozi professore emerito e già rettore dell’Università Bocconi di Milano.

Il volume è stato curato dai giornalisti Lucio Bussi e Maria Teresa Ferrari e racconta la figura di Bianchi nella sua veste di banchiere, acuto e attento stimolatore dell’imprenditoria locale nel periodo del boom economico del Dopoguerra che portò a Verona la sua esperienza del Credito Italiano, un periodo dove la parola data e le capacità imprenditoriali valevano molto più di molti documenti scritti e parametri finanziari che oggi sono alla base della concessione del credito.
Il volume, come hanno ricordato i curatori, affronta anche l’aspetto umano di Bianchi, la sua riservatezza, e la sua sensibilità verso la città che si manifestò con la sua pervicace volontà di affidare la ristrutturazione della sede centrale all’architetto Carlo Scarpa, lasciando a Verona un’opera tutt’oggi ammirata da appassionati di tutto il mondo.

«Sicuramente Bianchi ha determinato il percorso di una istituzione finanziaria come la Banca Popolare», ha detto Veronesi, «ma ha anche lasciato un segno nell’imprenditoria veronese che – senza la sua acuta visione, attenta al futuro e più alle capacità dei suoi capi che ai freddi numeri – oggi forse sarebbe diversa».
Carlo Fratta Pasini ha ricordato che Bianchi è stato, assieme all’allora presidente Giorgio Marani, «il principale artefice dell’affermazione della Banca Mutua Popolare di Verona negli anni del cosiddetto ‘miracolo economico’, quando Verona seppe ritrovare con concretezza e lungimiranza la strada della crescita economica e sociale dopo la tragica esperienza della guerra».
«Della vocazione della Banca Popolare», ha proseguito Fratta Pasini, «ai rapporti con tutte le imprese del territorio servito, dalle più grandi alle più piccole, Pietro Bianchi fu l’animatore, svolgendo nel suo concreto operare, un ruolo di esempio che lo fece ‘maestro’ di quella pattuglia di giovani dirigenti bancari, che ne affiancò l’opera e la continuò assumendo ruoli di vertice nell’Istituto».
Bianchi, ha concluso il presidente del Banco Popolare, era «un banchiere, che solo recandosi a piedi da casa alla banca e viceversa, concludeva operazioni ed affari semplicemente parlando con la gente che incontrava, e per la quale, un fido concesso per strada, sulla parola del Dott. Bianchi, era più certo e sicuro di quelli consacrati nei moduli chilometrici oggi imposti dall’accavallarsi di mille normative».
Alla scuola di Bianchi, ha ricordato Alberto Bauli, «si sono formati molti funzionari della nostra banca ed il tempo sta tuttora dimostrando che il banchiere è in primo luogo un conoscitore degli uomini e della loro natura, che sa basare la propria attività non solo sugli aspetti tecnici ma spesso sapendo vedere, per valutare, quel bene impalpabile di correttezza, di impegno, di intuizione e sacrificio nel quale poter riporre la fiducia della banca».
Roberto Ruozi, che aveva conosciuto Bianchi nell’ambito di una delle strutture consortili del mondo delle banche popolari, ne ha ripercorso il percorso professionale inquadrandolo nel periodo storico e ha ricordato come «conoscendo la strategia e l’operatività di una grande banca storica come il Credito Italiano, l’adattò alla realtà della Banca Popolare di Verona che, sotto la sua guida, divenne una banca moderna a tutti gli effetti».
Ruozi ha chiuso con una riflessione chiedendosi «come egli avrebbe vissuto il nostro tempo e, in particolare, come avrebbe affrontato il mondo bancario che ha subito dopo la sua scomparsa una rivoluzione copernicana e che dall’agosto del 2007 sta vivendo una crisi con dimensioni e intensità che non avevamo mai conosciuto».

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