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Mangiare e Bere

www.internetgourmet.it di Angelo Peretti

Design4sale

Bele Casel e la ricerca dell'equilibrio nel Prosecco di Asolo

Angelo Peretti
Premetto che non conosco di persona Luca Ferraro, né sono ancora stato da lui, nella sua aziend'agricola, la Bele Casel, a vocazione prosecchista (e merlottista) nella Gioiosa Marca Trevigiana, o meglio, nell'angolo magari un po' meno ilare sotto il profilo del business enoico, ché Conegliano e Valdobbiadene spopolano, mentre qui siamo nella zona, pur bellissima, dell'Asolano, che fatica un po' a sfondare. E magari soffre anche di qualche complesso d'inferiorità rispetto ai cugini più voluminosi e più marketing oriented. Ma di questo magari riparlo dopo.
Dicevo, non ho mai incontrato Ferraro, ma è un po' come lo conoscessi, vista la sua onnipresenza sul web. Se si vuole un esempio di produttori brillantemente attivo su internet, be', l'esempio è lui, col suo sito, il suo blog, la pagina su Facebook, Vinix, Twitter, Myspace, l'account su Skype. Insomma: vivace, l'uomo. Ed è in rete – come si suol dire – che ci siamo trovati, ed è lì che m'ha proposto di tastare i suoi vini. Qualcheduno l'ho in effetti volentieri tastato, e più sotto ne parlo.
Per intanto, eccomi al primo tema, quello del complesso dei prosecchisti del Montello e dei Colli Asolani. Sul suo blog, Luca s'è posto una domanda: "Perché i giornalisti si dimenticano della docg Asolo?", che fa un po' il paio con un mio pezzo recente, che titolavo: "Perché i giornalisti non scrivono di Moscato?"
Riporto integralmente il suo post: "Con questo mio scritto non voglio fare della polemica, voglio esprimere solo il mio rammarico nell'aver letto per l'ennesima volta un articolo dedicato alle bollicine italiane dove si menziona, per quanto riguarda il Prosecco, unicamente la zona di Conegliano e Valdobbiadene, tralasciando un 'piccolo' particolare, che tanto piccolo non è visto che è parte della storia del Prosecco, la zona del Montello e dei Colli Asolani. Dal momento che non lo fa nessuno lo ricordo io, ci siamo anche noi produttori del Prosecco docg Asolo superiore, ultima delle 3 zone storiche del Prosecco che nulla ha da invidiare ai cugini più famosi. Mi rendo conto di combattere contro i mulini a vento ma mi piacerebbe per il futuro avere informazioni complete e non rodermi per omissioni giornalistiche".
Oh, no, Luca, non mettertici anche tu. Piove? Governo Ladro. Non parlano di te? Omissione giornalista.
Vorrei solo ricordare che la comunicazione è bidirezionale, e dunque se un territorio non parla di se stesso, difficile che ne parlino gli altri. Temo mi tocchi ripetere quel che ho detto dei moscatisti astigiani: prima devono dimostrare di crederci loro. Prima dovete dimostrare di crederci voi, e farlo sapere, senza timore reverenziale, senza sudditanze psicologiche, ed anche senza eventuali omissioni più o meno opportunistiche di chi non vuole destar la potenziale ira del vicino di casa più muscoloso. Se Asolo non parla, non si può pretendere che si parli di Asolo. Salvo casi fortuiti. O fortunati.
Detto questo, il produttore in questione dimostra di crederci, al Prosecco d'Asolo, facendosi ben vivo, appunto, attraverso i social network e il web. Ecco, magari qui qualcosina si potrebbe correggere: per esempio, è meglio lasciarlo semmai dire ad altri che i vini sono "eccelsi", come leggo sul sito aziendale. Però ammetto che i vini targati Bele Casel di personalità n'abbiano parecchia. E ne son lieto.
In particolare, me ne son piaciuti due, dei vini, e ne scrivo qualche appunto qui sotto.
Intanto dico: "Avanti, Luca", ché la strada mi par quella giusta, nel far vino e nel comunicarlo.
Prosecco Montello e Colli Asolani Extra Dry Bele Casel
Sissignori, io credo che il metodo Charmat dia il meglio di sé quando c'è morbidezza. Di solito, non amo i vini che tendono all'amabilità. Ma per una bolla nata in autoclave la cerco, invece. E qui lo zucchero (16 grammi litro, leggo) aiuta a far venir fuori una florealità davvero accattivante e un frutto croccante (la pera, la mela) e succoso. Si bene volentieri, ed ha buon equilibrio.
Due lieti faccini e quasi tre πŸ™‚ πŸ™‚
Prosecco Montello e Colli Asolani Dry Millesimato 2008 Bele Casel
Che polpa che ha questo millesimo. Ha sostanza, ha struttura, e con quella materia e quella nervosissima freschezza che si ritrova quasi non t'accorgi degli zuccheri residui, che pure sono altini: 23 grammi litro, vedo on line, e non è certo poco. Il che dimostra – e in fondo mi trovo a ripetere quel che ho appena detto sopra – che qui si cerca davvero l'equilibrio.
Due lieti faccini πŸ™‚ πŸ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Amarone Classico della Valpolicella da Agricoltura Biologica 2004 Cantina di Negrar

Angelo Peretti
Ohibò, non ne avevo neppure sentito parlare. E invece me lo sono trovato sul tavolo d'un ristorante, il nuovo Amarone bio della Cantina sociale di Negrar. Annata 2004. Buono.
Fatta la premessa, cerco di aprirne i contenuti.
Primo: la comunicazione. Se n'è uscito sul mercato in sordina, 'sto nuovo rosso amaronista da agricoltura biologica del colosso cooperativo negrarese. Mi domando perché invece non l'abbiano promosso in grande spolvero: è una novità d'un certo rilievo, mi pare, che in Valpolicella anche una mega realtà consortile come questa si metta a far vini da uve prodotte coi metodi bio. Vero che sul sito internet c'è, in home page, un bottone che rimanda alla scheda del vino, ma se uno cerca invece nel link dei prodotti neppure lo trova.
Secondo. La scelta bio. Leggo on line che i soci della Cantina ad esser certificati secondo il sistema di produzione biologico sono attualmente tre "ed impegnano una superficie di quasi 7 ettari".
Ora, terzo, il vino. Ed è stata una sorpresa. Un Amarone bevibile, che sta in tavola, col cibo, e non nei calicioni delle degustazioni. Insisto: mi pare più bottiglia da cibo, che non da concorso.
Colore scuretto, ma pur sempre nell'area del rubino, ancorché denso, e non del nero, come invece mostrano da tempo altri rossi valpolicellesi.
Naso delicatamente sui toni del frutto rosso appassito, classicamente amaronista, e della spezia fine.
Bocca fresca, fruttata, direi piuttosto succosa, col tannino che non invade e non aggredisce. Quindici gradi di alcol, ma ben integrati, tant'è che v'è buona snellezza. Magari, ecco, c'è un che di dolcezza, ma neanche troppo spinta, se penso a quanti esempi vadano invece verso una versione reciotata dell'Amarone.
Ripeto: una positiva sorpresa, per me che non conoscevo questo nuovo prodotto della Cantina di Negrar.
Un'obiezione me la si consenta: ma perché tutti quei fregi in oro sull'etichetta? Non era meglio maggior coerenza espositiva con l'opzione bio anche nella scelta della carta e degl'inchiostri?
Due lieti faccini πŸ™‚ πŸ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Natale #5

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo e dimenticata.

Natale
Giuseppe Ungaretti Link a questo post 0 commenti

27 dicembre: vecchi Bordeaux alla Taverna Kus di San Zeno di Montagna

Domenica 27 dicembre, alle ore 12.30, alla Taverna Kus di San Zeno di Montagna (Verona) InternetGourmet e Slow Food del Garda Veronese organizzano una degustazione di vecchi Bordeau.
Posti disponibili: 10.
Quota di partecipazione (pranzo incluso): 70 euro (65 euro soci Slow Food).
Prenotazioni ai numeri 338 4818580 – 045 7285667. Etichette: Link a questo post 0 commenti

Rassegnamoci: di Champagne bisogna scrivere solo in inglese

Angelo Peretti
Una circolare che Hervé Lalau, segretario generale della Fijev, la federazione internazionale dei giornalisti del vino, segnala un'imbarazzante e per certi versi anche irritante "anomalia" francese. O meglio, champagnista. Questa (cito, testuali, le parole): "Come ogni anno, la casa Champagne Louis Roederer ha consegnato i suoi International Wine Writers' Awards. E come ogni anno, i giornalisti e gli autori premiati sono anglofoni. Come ogni anno, gli articoli o i libri che possono essere presi in considerazione devono essere in lingua inglese. Come ogni anno, i giurati che selezionano i vincitori sono anglofoni".
Insomma, occorre capire l'antifona: o scrivi in inglese per delle testate in inglese, oppure quelli della Roederer non ti filano neppure di striscio. Prendo atto.
Oddìo, devo dire che mica solo la maison champagnista tiene un atteggiamento del genere: è una moda che trova qualche condivisione per esempio anche in qualche angolo di Toscana cintato da mura antiche. Epperò per uno come me che di Champagne ne beve parecchio e ne scrive anche un bel po' (per quel che conta, gli ho dedicato anche un rubrica su questo mio InternetGourmet), la consuetudine segnalata da Lalau non è che sia così tanto piacevole, e non già perché il sottoscritto ambisca al premio roedereriano, irraggiungibile.
"La Fijev – continua Hervé – si stupisce nuovamente che questo premio, malgrado sia consegnato da una casa francese, scarti così ogni candidato non anglofono, pur proclamandosi internazionale". Già, mi stupisco anch'io: e dire che l'Italia è uno dei migliori destinatari delle bolle franciose, ché ne tracanniamo parecchie. Vuoi vedere che ci tocca dare ragione al ministro Zaia e metterci a fare gli autarchici in fatto di bollicine? Etichette: Link a questo post 0 commenti

Natale #4

"La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l'acqua calda per lavarmi tutto".
La giornata di festa non gli ha portato nient'altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
"E così ho passato il Santo Natale".

Natale a Regalpetra
Leonardo Sciascia Link a questo post 0 commenti

Elogio del vinino: Terence Hughes ne parla su Muddy Boots

Angelo Peretti
Terence "Strappo" Hughes è un wine writer newyorkese che conosce piuttosto bene il vino italiano, tant'è che ne fa anche importazione e distribuzione.
Ha un suo wine magazine, Mondosapore, e un blog, Muddy Boots.
Ed è un fan del vinino. Al punto che ne ha parlato proprio su Muddy Boots, gli "Stivaloni infangati", ché il fango sulle scarpe è appannaggio di chi, come diceva Gino Veronelli, cammina le vigne.
Il post s'intitola "In praise of vinino", in lode del vinino. E diffonde presso i lettori a stell'e strisce (ma ho visto che l'ha ripreso perfino un produttore francese) il "verbo", appunto, del "mio" vinino. Il che mi commuove.
Ho provato a tradurre il testo di Terry. Chi non si fida della traduzione (e fa bene…) può sempre leggersi l'originale in inglese.
Ecco qui sotto le (più o meno) sue parole italianizzate.
Qualche mese fa Angelo Peretti, un wine writer della zona di Verona, ha scritto un post nel quale ha lodato le virtù dei "vinini" – piccoli vini – collocandoli in opposizione ai vini grossi, stragonfiati (vinoni) fatti per conquistare consensi della critica e alti punteggi nelle degustazioni.
Per quel che concerne i vinini, Peretti dice chiaramente che non sono vini insignificanti. Quel che vogliono è essere facili da bere, piacevoli da assaggiare, giocosi da dividere con gli amici. Vini del genere sono la "strumentazione" che lubrifica la chiacchiera disimpegnata e i legami sociali; non sono l'argomento principe di conservazione e certamente neppure l'oggetto di prolisse analisi e argomentazioni.
Nel suo un po' pomposo "Elogio del Vinino, o Manifesto per la Piacevolezza dei Vini da Bere", Peretti elenca un chiaro set di contrapposizioni:
– vini facili da bere (più leggeri, meno alcolici, bilanciati) contro i mostri-legnosi super-acolici concentrati in maniera colossale
– vini da da bere contro vini da assaggiare
– vini da condividere e godere con gli amici contro quelli da analizzare criticamente
– vini fatti secondo il gusto personale del singolo produttore (quello legato al proprio territorio e alle sue tradizioni) contro quelli fatti secondo l'idea internazionale di cosa sia un buon vino
– vini che sono quel che sono – nervosi, perfino imperfetti – contro quelli fatti secondo una precisa formula, mirando alla perfezione tecnica
Be', avete capito. Si tratta di un'elegante presentazione dell'attuale disaffezione con l'odierna cultura del vino e la sua ossessione del "più" e del "meglio" così come li hanno definiti una schiera di degustatori le cui degustazioni si stanno facendo esangui.
Quel che mi piace dell'approccio di Angelo è che non predica un qualche ideale di vino "naturale" o biodinamico, che mi desta qualche sospetto perché sta diventando una specie di ortodossia non meno rigida e concettualmente sbagliata della mania "internazionale", in opposizione alla quale è fiorita. Peraltro, questo implica credere il produttore sulla parola, il che, francamente, non è mai la cosa migliore da fare. (Scusate, ragazzi, lo so. Anche voi dovete vivere).
Niente di tutto questo per Angelo. Lui centra l'argomentazione sull'esperienza del piacere (l'edonismo!) nel contesto della convivialità. Questo ha profonde risonanze nella nostra cultura – i simposi dell'antica Atene, l'utilizzo rituale del vino nel Cristianesimo e nella religione ebraica, i canti bacchici e goliardici degli studenti medievali, gli Sherry parties delle nostre bisnonne, i pranzi della domenica in Italia, in Francia, in Spagne, ecc. ecc.
Va bene, ce n'è abbastanza.
Cosa ci beviamo con i nostri "amici" stasera?
Quali sono i vostri suggerimenti per dei deliziosi, bevibilissimi vini?
Questo per me funziona: Sannio Piedirosso Mustilli. Etichette: Link a questo post 1 commenti

Natale #3

Ci scommetto che nevica,
tra due giorni è Natale,
ci scommetto dal freddo che fa.

Natale
Francesco De Gregori Link a questo post 0 commenti

Panini e maglioni

Angelo Peretti
Grande! Che dire dell'amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, se non che è un grande?
I treni non vanno e rischiate di passare ore ed ore in stazioni ghiacciate e dentro a vagoni trasformati in freezer? "Portatevi panini e maglioni", suggerisce.
Credo che tutti dovremmo prendere il buon esempio, in quest'Italia dove le attese e le code sono all'ordine del giorno.
Vi mettete in autostrada? Portatevi panini e maglioni: mica pretenderete che, come accade sulle autostrade francesi, vi avvisino se ci sono problemi.
Pensate di spostarvi in aereo? Portatevi panini e maglioni: mica vorrete che vi avvertano se spostano il vostro volo.
Avete da pagare una bolletta alle poste? Portatevi panini e maglioni: mica penserete che ci sia personale sufficiente allo sportello.
Volete versare le tasse in banca? Portatevi panini e maglioni: mica chiederete che, con tutta l'automazione che c'è in giro, mettano un cassiere in più.
Andate a visitare una mostra? Portatevi panini e maglioni: mica domanderete di non fare file allucinanti per prendere il biglietto.
Alla fin fine, in questa maniera, in quest'Italia dei cento, dei mille campanili, avrete occasioni di assaggiare le migliori specialità nazionali in fatto di salumi & formaggi, dentro al vostro panino.
Un consiglio gastronomico che neppure il Carlin Petrini, leader dello Slow Food, ci avrebbe mai pensato.
Ma, chiedo a Moretti, l'ha mai provato a mangiare, lui, uno dei panini che vendono nelle stazioni ferroviarie italiane?
Ah, una cosa in più, ha detto Moretti: oltre che panini e maglioni, ha invitato a portarsi anche l'acqua. Giusto, giustissimo, coi prezzi da rapina che ti fanno pagare sui treni e nelle stazioni per una bottiglietta di minerale.
Facciamo così: all'ad delle Ferrovie, il panino, l'acqua e perfino il maglione glieli porti io, ma in cambio lui ci fa funzionare la sua azienda e chiede scusa ai viaggiatori che pagano sempre di più per un biglietto che non ha più alcun rapporto col disservizio elargito.
Ma, capisco, forse è chiedere troppo: sarebbe come pretendere di vivere in un paese normale. Un paese dove chi ha grande responsabilità e fallisce nella sua missione lascia il posto ad altri. Etichette: Link a questo post 0 commenti

Elogio del vinino: ma quanto se ne parla!

Angelo Peretti
Questo è interessante, almeno per me: del mio Elogio del vinino si seguita ancora a parlare on line. Bene: mi sa che mi toccherà passare dalle enunciazioni ai fatti, e lanciare prima o poi una sorta di Vinino fun club (fun con la u, perché il vinino è, appunto, divertente), con tanto di occasione di confronto e di assaggio. Vedremo: ci sto pensando.
A scriverne sul suo blog Enoiche Illusioni è ora Jacopo Cossater.
Dice (e mi fa arrossire) che "la definizione dei vinini è una delle cose più interessanti nate in rete in questo 2009 che ci stiamo lasciando alle spalle": troppa grazia.
Aggiunge: "Il vinino, per chiarire, è quello 'che si beve', che non ha niente a che vedere con quelle bottiglie grosse e muscolose che magari sono subito ammalianti, da degustare, ma che ad un bicchiere difficilmente ne segue un altro. Sono vini facili ma allo stesso tempo intriganti, vini da tutti i giorni, economici e belli. Un mondo da scoprire, e rilanciare con forza". E concordo.
Riporta poi il testo dell'Elogio. E chiude chiedendosi: "Non è bellissimo?"
Torna a parlar di vinino anche Davide Cocco su iCru, recensendo la Barbera del Monferrato a marchio La Badia. Scrive: "Guardo la bella etichetta della Barbera La Badia e penso che ho appena bevuto un ottimo vinino. Nella versione più nobile del termine, quella redatta da Angelo Peretti, che ha dato nuova dignità a questa tipologia di vino. Un vino da compagnia, da tavola, da lunghi pranzi e chiacchiere della domenica". Ringrazio della citazione.
A questo punto, sì, qualcosa mi toccherà inventare. Di concreto.
A proposito, intanto ricordatevi magari di giocarci un po' sopra votando il vinino come la parola dell'anno nel mondo della gastronomia: il sondaggio l'ha lanciato un blog di cucina, e la pagina del voto si raggiunge cliccando qui. Etichette: Link a questo post 0 commenti

Natale #2

And, so this is Christmas
and what have we done
another year over
a new one just begun
and, so happy Christmas
we hope we have fun
the near and the dear one
the old and the young.

Happy Christmas (War is Over)
John Lennon Link a questo post 0 commenti

Pieropan rinuncia al Classico per imbottigliare il Soave a vite, ma purtroppo solo per l'estero

Angelo Peretti
Sì, lo so che chi mi legge abitualmente qui su InternetGourmet conosce la mia passione per la capsula a vite, lo screwcap, lo Stelvin, che non mi piace chiamar tappo. Ma figuratevi se mi perdo quest'occasione per riparlarne. E l'occasione è il numero di dicembre di Wine Spectator, quello della top 100, dei cento vini dell'anno, classica discussa e magari anche discutibile, ma indubbiamente referenziale, se la rivista americana ha tutti 'sti lettori che continuano a comprarla.
Ebbene, nel suo editoriale sull'uscita decembrina di WS, Matt Kramer scrive un pezzo che s'intitola: "My Wines of the Year", i miei vini dell'anno. E siccome Kramer è uno che non si può chiamar convenzionale, ecco che indica non già dei vinoni irraggiungibili (e imbevibili, ma quest'è osservazione mia), bensì delle bottiglie dalla buona beva e dal prezzo all'insegna dell'umanità. Questi, in ordine di apparizione: Serge Batard Hélo Le Rouge 2008, Pieropan Soave 2008, Bruna Grimaldo Barbera d'Alba Scassa 2008, Saucelito Canyon Vineyard Zinfandel 2007.
Ordunque, due italici, un francese e un californiano, a costi accessibilissimi tutt'e quattro.
Solo che mi pareva che qualcosa non andasse: ma come, Soave e non Soave Classico per il 2008 di Pieropan? Strano, ché Kramer è sempre così puntigliosamente corretto.
Allora leggo, e capisco: si dice nel pezzo che Pieropan per il suo 2008 ha scelto per la prima volta la chiusura con lo screwcap, con la capsula a vite, e questo spiega perché la designazione è Soave invece che il più prestigioso Soave Classico come accadeva nelle annate precedenti. Aggiunge infatti bene Kramer che le regole italiane proibiscono le chiusure diverse rispetto al tappo raso per il Soave Classico, ma che – "benvenuta la flessibilità italiana", e quest'è inciso suo – la legge consente anche una chiusura "non-cork" per quello che vien detto "soltanto" Soave.
Che questa sia un'anomalia legislativa tutta italiana, è vero: chi in etichetta scrive Classico (mica solo per il Soave: vale anche per tutti gli altri Classici, come il Valpolicella o il Bardolino) non può utilizzare altro che il tappo raso, ed è assolutamente e completamente assurdo. Ma che i Pieropan avessero cominciato a imbottigliare con lo screwcap, rinunciando al Classico, mi è giunta come notizia tutta nuova. E sì che son veronese e che m'occupo di vino, e che a Soave ci sono spesso e che considero Nino Pieropan un autentico genio bianchista (il Calvarino per me è un mito, sta nella leggenda) e che i suoi vini li bevo spesso e molto, molto volentieri. Ma il suo Soave base l'ho sempre trovato indicato come Classico anche quest'anno, santo cielo! E come tale lo presenta tuttora anche il sito internet dell'azienda.
E allora?
E allora navigando in rete, ecco che ho trovato un comunicato di Liberty Wines, il referenziatissimo e potentissimo importatore londinese di Pieropan. Titolo: "Pieropan turns the screw on Soave", che è una sorta di gioco di parole, che volendo, si può tradurre sia come "Pieropan gira la vite sul Soave", ma anche "Pieropan si converte alla vite sul Soave". Avvisa che l'azienda soavese ha deciso d'imbottigliare il suo 2008 con lo Stelvin e che dunque il vino, sinora denominato Soave Classico, non avrà più la dicitura, appunto, di Classico. Il testo prosegue raccontando che "sebbene sia stato un sostenitore dello Stelvin sin dal giorno in cui ha assaggiato il Mount Horrocks Riesling nel 2001, a Nino Pieropan era precluso dalla legge italiana d'imbottigliare il suo Soave Classico con lo screwcap ed era riluttante d'abbandonare la denominazione del Classico, perché la sua azienda era stata la prima a imbottigliare un vino chiamato Soave nei primi anni Trenta". Il comunicato prosegue informandoci che "tuttavia, Nino ha continuato a sperimentare lo screwcap e, assieme ai figli Andrea e Dario, ha deciso che adesso per la famiglia Pieropan è il momento di declassare la denominazione in modo da poter passare allo Stelvin con la vendemmia 2008". S'attribuisce ad Andrea la frase seguente: "Il Regno Unito, gli Stati Uniti e l'Australia riceveranno tutta l'assegnazione del 2008 chiusa con lo screwcap".
Bene, dico io, che, appunto, sono un fan dello Stelvin. Male, dico io, constatando che la cosa evidentemente vale solo per il mercato estero, e addirittura in Italia non mi risulta se ne sia fatta parola: è un'occasione perduta, a mio avviso, per fare cultura in patria. Insomma: si fa ma non si dice, si passa allo Stelvin ma solo per il mercato estero di lingua inglese. S'imbottiglia come Soave Classico per l'Italia e come Soave per i foresteri. Peccato: col marchio Pieropan in etichetta, personalmente preferirei di gran lunga svitare un Soave che stappare un Soave Classico. Perché a me, italiano, dev'essere precluso?
Capisco che vender vino in capsula a vite in Italia è impresa titanica, visti gli sciocchi pregiudizi correnti, ma se le grandi firme non danno il buon esempio, quando lo capiranno mai i nostri ristoratori ed enotecari e bevitori? Etichette: Link a questo post 5 commenti

Natale #1

Poi auguravo:
– Buon Natale – e sparivo.
Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Sogno di Natale
Luigi Pirandello Link a questo post 0 commenti

Vinino è la parola dell'anno? Votatela on line!

Angelo Peretti
La prendo come una simpatica boutade, una giocosa provocazione. Del resto, il mondo del blog è bello anche per questo: perché ci si può esprimere liberamente, e anche prendersi un po' in giro. Ma mi fa un sacco di piacere che ci sia una blogger romano-friulana che s'occupa di cucina che ha lanciato uno scherzoso sondaggio su quale sia la parola dell'anno nel mondo, appunto, della cucina. E che fra le dieci nomination abbia inserito anche il mio vinino, che alla cucina non fa diretto riferimento, essendo invece del panorama enoico.
Il blog va sotto il titolo di Ma che ti sei mangiato…
In un recente post propone, appunto, di votare "la parola del cibo dell'anno".
Scrive: "Se il Corriere.it lancia il sondaggio sulla parola dell'anno, allora per chi ha voglia di divertirsi e si diletta a surfare tra i foodblog, tra le ricette, le fiere, le guide… allora per voi curiosi, qual è la parola dei food online 2009?"
E propone dieci termini:
Birre artigianali
Tasting Panel
Cucina Molecolare
Gourmet
Cavolo
Cacio e pepe
Risotto
Julia Child
Biologico
Vinino.
Accidenti, avete letto? C'è anche il mio vinino.
Di ognuna delle "parole dell'anno" il blog dà anche una definizione. Del vinino scrive: "Un esempio di termine coniato da un blog, nella fattispecie InternetGourmet". Grazie!
E allora, gioco per gioco, invito i fan del vinino a votarla, la parola dell'anno: per andare alla scheda del sondaggio basta cliccare qui. Etichette: Link a questo post 0 commenti

Quelli della caratteristica peculiare

Angelo Peretti
La caratteristica peculiare: era un vita che non ne sentivo parlare. M'è ricapitato di recente. A pronunciarla un politico o comunque un pubblico amministratore: non ho capito bene chi fosse.
Parlava del vino della sua terra, e diceva che quel dato vino si deve apprezzare per la "caratteristica peculiare". Esattamente così: la "caratteristica peculiare", senza nessun'altra specificazione.
Ora, di vini ne ho tastati parecchi, e di caratteristiche ne ho trovate tante. Ce n'è qualcuno che ha la caratteristica fruttata, qualcun altro la caratteristica tannica. Certi hanno la caratteristica bevibilità, cert'altri la caratteristica freschezza, perfino la caratteristica dolcezza. Ma qualcuno mi sa spiegare qual è, cos'è la caratteristica peculiare? Dovrò iscrivermi a un corso che me l'insegni. Etichette: Link a questo post 0 commenti

Südtirol Brixner Eisacktaler Sylvaner Praepositus 2008 Abbazia di Novacella

Angelo Peretti
Era un po' che non andavo a Novacella, luogo per me dei ricordi. Luogo incantato. Che riesco a farmi piacere anche quando trovo pullman di turisti in gita. Ma che prediligo nei giorni del silenzio. Quando è bello rivistare la chiesa, che riluce anche nelle ore buie con quel suo tripudio di decorazioni che sembrano acquerellate. Quando è magico far visita alla biblioteca, ricca di codici antichi.
Di rito un salto nella stube, a mangiare speck e kaminwurze. E a bere almeno un bicchiere dei grandi vini che fanno nelle cantine pluripremiate dell'Abbazia.
Stavolta mi sono concesso due vini della linea Praepositus, quella di punta: il Kerner e il Sylvaner. E la preferenza è andata al secondo, ché il primo l'ho trovato ancora un po' chiuso, scontrosetto, con un finale sulla vena amarognola. Quanto al Sylvaner, invece, be', questo 2008 è davvero gran bianco.
Offre memorie intense ed eleganti di fiori e di frutta bianca. E la bocca è succosa e insieme polposa: il frutto quasi lo mastichi, senza tuttavia darti mai l'impressione di vino grasso, senza smancerie sdolcinate, ma anzi conservando snellezza straordinaria di beva e freschezza invitante. Ha, insomma, notevole finezza. E persistenza infinita.
Tre lieti faccini πŸ™‚ πŸ™‚ πŸ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Vallée d'Aoste Torrette 2008 Didier Gerbelle

Angelo Peretti
Mi si dice che l'azienda agricola di Didier Gerbelle, ad Aymavilles, in Val d'Aosta, sia nata da poco, e che ne sia giovanissimo il titolare: o meglio, così m'ha dichiarato il ristoratore che m'ha proposto una loro bottiglia. Vino ne facevano, in casa, anche prima, ma mica per l'imbottigliamento. La fondazione ufficiale – lo leggo su un sito locale – sarebbe stata però avviata solo nel 2006, e dovrebbe trattarsi di una microazienda, se è vero che l'obiettivo è quello di arrivare alle 15mila bottiglie l'anno prossimo. Dunque, difficile venga distribuita fuori zona.
Detto questo, dico che m'è capitato d'assaggiare il loro Torrette del 2008 di passaggio dalla Vallée. E se è vero che son rose fioriranno, be', mi par di capire che qui ci si prepari proprio alla fioritura d'una nuova bella realtà valdostana.
Il vino aveva colore rubino brillante.
Naso da frutto maturo. Mirtillo, amarena. Leggera vena affumicata. Un che di peperone.
Bocca fresca, fruttata di piccolo frutto, di ciliegia, succosa.
Vino da bere con gusto, anche se quest'estate – quando l'ho bevuto – era ancora decisamente molto giovane.
Due lieti faccini πŸ™‚ πŸ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Asti docg: la bollicina aromatica in 100 battute

Angelo Peretti
Ho detto di recente della visita a Mango per l'assaggio del Moscato d'Asti dell'annata 2009, in anteprima. Ma s'è potuto tastare anche dell'Asti, dello spumante intendo. E qui di seguito presento le mie impressioni su un quintetto di bollicine astigiane, tra quelle provate.
Il Consorzio dell'Asti sta investendo fior di quattrini sulle riviste di settore per cercare di destagionalizzare il consumo, ma mi par di capire che sia partita dura: è sotto Natale, soprattutto, che si stappa la bolla fatta coll'uva di moscato. E insomma parlarne adesso, tutto sommato, non va male: per chi ama il genere, spero di dare qualche interessante consiglio.
Ecco qui sotto, dunque, le cinque etichette, in cento battute cadauna.
Asti La Selvatica 2009 Caudrina
Un must. Nitide memorie di pesca gialla, mandarino, uva moscato, fiori. Cremosità e tensione.
Tre faccini πŸ™‚ πŸ™‚ πŸ™‚
Asti Patrizi 2009 Manfredi
Caramello, amaretto, pesca sciroppata. Polposo, denso, cremoso, avvolgente. Gioca sulla potenza.
Due faccini πŸ™‚ πŸ™‚
Asti 2009 Bera
Pera sciroppata, amaretto. Grasso. Prende slancio avvalendosi d'una buona freschezza
Due faccini πŸ™‚ πŸ™‚
Asti 2009 Cà dei Mandorli
Al naso sentori floreali e officinali, quasi in stile sauvignon blanc. Cremoso al palato.
Un faccino πŸ™‚
Asti 2009 Terrenostre
Crosta di pane, frutto maturo, pesca soprattutto. La dolcezza è piuttosto evidente.
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Bob Dylan – Christmas in the Heart

Angelo Peretti
Ce l'avete presente quell'abbinamento, che da qualche anno va di moda ma sta conoscendo sempre nuovi proseliti, tra i formaggi stagionati (o erborinati) e le confetture? A me, che amo il formaggio, non va più di tanto, perché il gusto del cacio mi si modifica, anche sensibilmente, con la dolcezza acida d'una confettura, o il piccante d'una mostarda, o la morbidezza zuccherosa d'un miele. Preferisco dunque in genere mangiarmeli così, da soli, i miei formaggi. Ma ammetto che certuni abbiano un carattere così marcato, deciso, quasi urticante talvolta, che il refrigerio d'una marmellata ti vien da cercarlo. Dunque, in quei casi – con un Roquefort, per esempio, o un Cabrales o uno Stilton – l'accostamento ci può anche stare ed esser piacevole, con quella personalità così spiccata del cacio – ruvido, rustico, deciso, maschio – che viene almeno un po' ingentilita. Ed anzi, certe volte ne vien fuori un connubio squisito: formaggio e confettura fondono i loro caratteri per crearne un altro fascinosamente nuovo, né dell'uno, né dell'altro. Comunque, ripeto, è cosa da ammettere, per me e i miei gusti, in piccola misura, ché i rischi son due: da un lato, smarrire il gusto del formaggio, e dall'altro rendere il tutto – il troppo – stucchevole.
Ecco, a questo mi veniva da pensare in chiave enogastronomica ascoltando l'ultimo disco di Bob Dylan. Che se n'è uscito con un album di quelli che non t'aspetti: una raccolta di canzoni di Natale. Christmas in the Heart (Natale nel cuore), s'intitola. Ed è ruvidotto e cartavetrato come tutto l'ultimo Dylan, ma anche, in sovrapposizione, dolcino (dolciastro?) come ha da essere, per convenzione non scritta, un mix di canti natalizi. Insomma: come un Roquefort e una confettura d'albicocche, assieme.
Magari ci si è anche divertito, Dylan, a cantare, in parte dissacrandoli, quei Xmas carols. E più di tutti ha colpito con l'accetta l'Adeste Fideles, cantanto in un latino – come dire – alcolico, storpiato, stropicciato, inzaccherato, prima che il coretto vi posi sopra la sua (amabile?) dolcezza retrò.
Da prendere a piccole dosi. Ma da prendere.
Bob Dylan – Christmas in the Heart – 2009 Etichette: Link a questo post 0 commenti

Perché i giornalisti non scrivono di Moscato?

Angelo Peretti
Ci ho pensato su, prima di scrivere. Perché è noto che non ho la vis polemica d'un Franco Ziliani e neppure la profondità d'analisi sociologica d'un Luciano Pignataro, giusto per dire di due giornalisti & blogger che stimo e che seguo on line. Però alla fine non mi son potuto sottrarre. Perché l'interrogativo è intrigante.
L'interrogativo è questo: "Perché i giornalisti non scrivono del Moscato?"
Non me lo pongo io. Ce l'hanno posto, al drappello di noi giornalisti presenti all'affollatissima e non indimenticabile cena di virtuale apertura dell'Anteprima Moscato 2009, a Mango, il sindaco della cittadina, e poi il presidente del Consorzio di tutela astigiano, e poi un politico credo regionale. Lagnandosi, i tre, che dietro al sistema moscato (uva) ci sta un'intera economia di cinquantadue comuni, e che dunque bisogna sostenerla, quest'economia, scrivendone (bene). E invece i giornalisti, a sentir loro, non scrivono di Moscato (vino). "Perché mai?", si domandano.
La risposta temo che sia una sola: perché loro non ci credono. Loro gli astigiani, intendo, mica i giornalisti. Al Moscato non ci credono. Semmai credono all'Asti, lo spumante, e forse neanche del tutto a quello.
Inutile dire di crederci a parole, e fare magari convegni e dibattiti. Bisogna crederci coi fatti. Anche coi piccoli fatti. Come una cena.
Bene: a quella cena, al castello di Mango, c'erano, credo, più di centocinquanta persone. Politici, amministratori, produttori, giornalisti e blogger. Di giornalisti ce n'erano, mi pare, almeno una ventina, se non di più. Di Moscato, invece, neanche l'ombra fino alla fine, quando ce n'hanno dato un calicetto che neppure ti ci bagnavi la bocca. Ebbene sì: alla cena di gala della vigilia dell'Anteprima del Moscato ci hanno fatto bere Dolcetto, Barbera, Nebbiolo e Barbaresco. Tutti rossi. Niente Moscato. Relegato al ruolo di complemento di secondo piano, al momento del dessert. Che è forse la collocazione peggiore.
Lo dice uno che il Moscato lo ama anche come aperitivo, e talvolta, d'inverno, se lo porta pure in tavola. Una sera di queste, per esempio, ho messo in tavola pane caldo e quattro formaggi francesi di capra. E ci ho bevuto assieme un Moscato d'Asti, sissignori, ed era una delizia. E spesse volte stappo il Moscato col prosciutto crudo, ed è un'altra meraviglia.
Ecco: è coi fatti che si dimostra di crederci, al Moscato, mica con le parole. Ed a Mango ci hanno dato parole, ma non Moscato. Se noi giornalisti eravamo là, magari non era per fare una gita. Magari era perché ci interessa il Moscato, ne siamo curiosi. E vorremmo bercelo, mica solo assaggiarlo nella degustazione ufficiale, quando sei là che lavori e sputi tutto dopo averlo tastato. Vorremmo bercelo in tavola, simpaticamente, chiacchierando. Se c'interessasse bere Dolcetto, Barbera, Nebbiolo o Barbaresco mica andremmo all'Anteprima Moscato, o no?
Allora che serve domandarsi perché i giornalisti non scrivono di Moscato, quando la risposta è semplicissima? Il territorio non dimostra di crederci, e allora perché ci dovrebbero credere gli altri? Suvvia, moscatisti, abbiate orgoglio maggiore. Etichette: Link a questo post 3 commenti

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