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Mangiare e Bere

www.internetgourmet.it di Angelo Peretti

Chiesetta Santa Maria in Chiavica


Dove va (dov'è) il mondo del vino?

Angelo Peretti
Commentando qualche giorno fa la questione dello spumante TrentoDoc imbottigliato dalla Cavit per Eurospin e venduto sotto le feste di fine anno nei supermercati di questa catena all'incredibile cifra di 3,49 euro con l'etichetta Corona, scrivevo che il fenomeno appunto delle "private label" – degli imbottigliamenti personalizzati per la grande distribuzione – mi sembra destinato a crescere anche qui in Italia, com'è già accaduto da diverso tempo all'estero.
Se questo fosse vero, il "caso" TrentoDoc Corona non sarebbe che un primo – pur importante – passo in quella direzione. Ma, attenzione, quando parlo di vini "private label" per questa o quella catena, non voglio assolutamente parlare di vinelli di poco costrutto: il TrentoDoc in questione era un vino che valeva parecchio di più del prezzo a cui era offerto. E così sarà probabilmente anche per altri analoghi casi che si dovessero verificare di qui in avanti. Insomma: potremmo avere – credo – sempre più spesso casi di vini più che accettabili, a prezzi più che abbordabili, col marchio del supermercato.
La questione di fondo, a mio avviso, è doppia. Da un lato, i buyer della grande distribuzione – e soprattutto delle catene hard discount – considerano il vino come una qualunque altra commodity, un qualunque altro bene di consumo. Dall'altro, di vigne negli ultimi decenni ne sono state piantate così tante che c'è un eccesso di produzione un po' ovunque, ma grazie al miglioramento delle capacità tecniche in vigna e in cantina, i vini che se ne ricavano sono tutto sommato comunque ben fatti, e dunque trovar buoni vini a quattro soldi sta diventando sempre più facile. Ergo: perché mai i buyer della gdo dovrebbero mettersi in casa vini griffati da questo o quel marchio – riconoscendo valore aggiunto, appunto, alla marca del produttore – quando invece possono comprare in cisterna, far imbottigliare a marchio proprio e lucrare discreti margini reddituali su un bene di consumo che di margini non ne offre più tantissimi?
I primi segnali si sono intravisti nell'ultimo paio d'anni: a livello internazionale, i buyer della gdo hanno preteso listini sempre più limati da parte dei fornitori, arrivando a proporre prezzi che non remunerano quasi più neppure i costi di produzione. Eppure i vini li hanno trovati lo stesso, e neppure così male in termini qualitativi, ché altrimenti i consumatori li avrebbero rifiutati. Il discorso è quello fatto sopra: le cisterne, in giro per il mondo, sono strapiene, e la qualità media non è tanto cattiva.
Si potrà obiettare: è un mero fattore congiunturale, dovuto alla crisi prima finanziaria e poi economica. Ritengo purtroppo che non sia così: è un cambio concettuale. In base al quale il vino – nella sua accezione più "globale" – non è più considerato un bene di lusso, non è neppure più ritenuto una risposta a domande di stampo edonistico, è semplicemente concepito e proposto come un bene di consumo, da vendere al prezzo più basso possibile, ma alla qualità più alta percepibile per quel prezzo.
Il che, se fosse vero, avrebbe una conseguenza per certi versi drammatica: quella di appiattire e omologare i prezzi di mercato a livello internazionale: tot euro per un bianco, tot euro per un rosso, a prescindere dalla sua provenienza. E poiché a quel punto i margini reddituali per i vinificatori e i commercianti andrebbero comprimendosi sempre di più, questi si troverebbero a stringere il cappio al collo ai produttori di uva, scaricando su di loro, appunto, la minor redditività: tot per l'uva bianca, tot per quella rossa, a prescindere da tutto il resto.
Mi pare che le prime pesanti avvisaglie le abbiamo già avute con l'ultima vendemmia.
Mi si dirà che a quel punto molti contadini estirperebbero i vigneti facendo mancare uva, e così i prezzi potrebbero tornare a risalire. Ma non ci credo, per un semplice motivo: chi ha terra agricola, cosa ci pianta, oggi, al posto delle vigne, visto che non c'è un prodotto del settore primario che renda ancora abbastanza da mantenere una famiglia? Terrebbero le vigne. E si accontenterebbero di perderci il meno possibile. Non di guadagnarci.
Brutte prospettive. Ma ovvio che le eccezioni ci possono essere: mica voglio passare per catastrofista. Solo che vanno cambiate le regole del gioco, e non è mica facile. Attenzione: mica facile, non impossibile. Spero. Etichette: Link a questo post 2 commenti

Collio Bianco Roncús Vecchie Vigne 2002 Roncús

Mauro Pasquali
Una caratteristica contraddistingue il mondo del vino in generale: si tratta del prodotto alimentare meno chiaro, dal punto di vista etichettatura, che si conosca.
C'è l'uva, ovvio, e spesso, ma non sempre, viene dichiarato in etichetta di quale uva si tratti e in che percentuale. Poi ci sono i solfiti, anch'essi dichiarati in etichetta se superano i 10 mg/litro, ché la legge lo impone. Ma quanti? E, poi ancora: quante altre sostanze, naturali per carità, sono contenute in quella bottiglia?
Ecco, Marco Perco, titolare di Roncús, dichiara nella controetichetta tutto questo e molto altro. A cominciare dalle uve: 70% malvasia istriana, 20% tocai friulano e 10% ribolla gialla. Ma dichiara anche: 85 mg/l di solforosa totale, 4,9 di acidità, PH, zuccheri residui e così via. Se tutti i produttori avessero lo stesso coraggio, si farebbe un grande passo in direzione della trasparenza nel mondo del vino!
Il vino: cosa aspettarsi da un 2002 contraddistinto da grandi piogge e temperature basse? Siamo di fronte all'ennesima prova che non bisogna mai fidarsi delle apparenze.
Questo Roncús Bianco si presenta di un bel giallo oro, con profumi freschi di erbe aromatiche, fiori bianchi, un che di miele d'acacia.
Entra in bocca asciutto e deciso con grande sapidità ed armonia. Ti avvolge con sentori di pesca gialla, litchi, frutta secca. Alla fine ti lascia la bocca bella pulita e con un gradevolissimo retrogusto minerale.
Un grande vino che fa ricredere su quanto dichiarò tempo fa Marco Perco: "Difficile prevedere in un'annata così la durata, pensiamo sia meglio bere entro gli 8 anni, chissà…"
Tre beati faccini pieni e convinti ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Il "personaggio" del decennio nel mondo del vino? Il tappo a vite!

Angelo Peretti
Il personaggio dell'ultimo decennio nel mondo del vino? È un oggetto: lo screwcap, il tappo a vite, o meglio, come preferisco tradurre, la capsula a vite. Lo propone il wine writer inglese Jamie Goode sul suo blog. E per quel che conta mi associo. In toto.
Dice Jamie (la traduzione è mia): "Dieci anni fa le cose andavano abbastanza male per il tappo di sughero. L'odore di tappo era un grosso problema e gli australiani si arrabattavano anche con quel fenomeno che veniva detto dell'ossidazione random, provocata dalla variabilità del tipo di trasmissione dell'ossigeno dovuta alla scarsa qualità dei tappi. L'unica alternativa al tappo tradizionale era il nuovo, ma scarsamente efficace, tappo in plastica, ma anche questo non andava conquistando troppi amici. In tal modo, i produttori di tappi in sughero non erano granché incentivati a migliorare il loro gioco, dato che godevano di quella che era a tutto gli effetti una situazione di monopolio. Il punto di transizione avvenne nel 2000, quando un drappello di produttori della Clare Valley si coalizzarono per imbottigliare i loro Riesling con lo screwcap. Quest'iniziativa, e la pubblicità che ne seguì, ha cambiato per sempre il mercato delle tappature".
I primi studi che pervennero dall'Australia – ho abbandonato il virgolettato cercando di sintetizzare – mostrarono che le capsule a vite mantenevamo la freschezza e il frutto del vino per un tempo ben più lungo di qualunque altro sistema di chiusura, compreso il sughero. Così i produttori australiani e neozelandesi passarono rapidamente allo screwcap. Oggi, la capsula alternativa è ampiamente diffusa anche in altre zone.
Certo, anche lo screwcap non è perfetto. E non è stato neppure accettato in tutti i mercati (ne sappiamo qualcosa in Italia, dico). "Ma quel che ha fatto – torno alla citazione diretta – è stato di cambiare completamente il mercato delle chiusure. Se non fosse stato per gli screwcap, è improbabile che l'industria dei tappi avrebbe implementato le misure dei controlli di qualità. Ed è altrettanto improbabile che avremmo visto la nascita di altri tappi alternativi".
Sono d'accordo, assolutamente. Personalmente, sono uno screwcap-fan (anzi, tifo in particolare per lo Stelvin), ma concordo sul fatto che anche chi non s'è convertito alle nuove chiusure a vite abbia comunque dovuto fare i conti con la qualità delle chiusure. E questo vale sia per chi fabbrica tappi, sia per chi imbottiglia. A maggior ragione dovrebbe valere per i consumatori, gli enotecari, i ristoratori, anche in Italia: possibile che la vetusta ritualità della stappatura per così tanta gente conti ancora di più della qualità del vino? Etichette: Link a questo post 2 commenti

Champagne Reserve Brut Thierry Massin

Angelo Peretti
Dicono: "Ma lo Champagne è caro". Dico: "Ma siete proprio così sicuri?" Sì, vero, in Italia costa caro, ché i distributori prima e gli enotecari poi (e i ristoratori per giunta) ci fanno sopra spesse volte ricarichi notevolissimi. Ma mica bisogna per forza comprarselo qui lo Champagne, e neanche occorre forzatamente prender la macchina e farsi chilometri e chilometri. Basta qualche clic su internet.
Su internet ci ho comprato questo Brut Reserve di Thierry Massin, due stelle (su tre di massima valutazione) da parte della guida Hachette 2010.
Pagato 21,50 euro, che non è cifra da capogiro. E il vino se li merita, quei soldini.
Fatta con vini dei millesimi del 2004 e del 2006, soprattutto pinot noir – è all'85% – e poi chardonnay, questa cuvée si fa bere con piacere.
Magari, ecco, a voler fare i pignoli, il naso non l'ho trovato subito pulitissimo, ma è stata questione di pochi minuti, e s'è aperto alla grande. Ed ecco dunque uscir fuori fiori bianchi e note sottili di brioche all'albicocca.
In bocca s'è presentato cremoso, un po' morbido, ma piacevolmente salato anche. E anche vene floreali e fruttino di bosco. E, sotto, memorie di nocciola.
Bella bottiglia da aperitivo.
Due lieti faccini ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Novità a Margaux

Angelo Peretti
Non so quanto fra i lettori di quest'InternetGourmet siano appassionati del velluto dei vini di Margaux, star fra le denominazioni bordolesi. Personalmente, sono tra i fan dell'appellation. E tra le buone bottiglie a prezzi non da svenarsi all'interno dell'aoc indico certamente quelle degli Château Labérgorce e Labérgoce Zéde. Solo che fra un po' dovrò parlarne al passato, del secondo.
Da quel che leggo sul numero decembrino di Decanter, accade che Château Labérgorce Zéde sta per essere assorbito da Château Labérgorce, che diventerà così un'azienda da 55 ettari complessivi.
Labérgoce Zéde scompare, dunque. Perché dalle vendemmie a venire, la casa bordolese metterà in commercio il rosso di Château Labérgorce e poi un second vin chiamato Zédé de Labérgoce.
Per chi volesse farsi un'idea dei due vini, consiglio l'annata 2005, che ho visto ancora in vendita su Wineandco: ci trovate Château Labérgorce a 30 euro e poi Labérgoce Zéde a 29. Prezzi, a mio avviso, meritati, per delle bottiglie che si stappano di già con piacere, e che son molto probabilmente destinate a dare il meglio di sé fra qualche bell'annetto.
Fruttino rosso (parecchio mirtillo), vene floreali, qualche accenno di tabacco da pipa, tannino di già non particolarmente aggressivo, destinato con amplissima probabilità a diventar velluto puro. Per entrambi. Etichette: Link a questo post 0 commenti

Piemonte Moscato 2009 Piero Gatti

Angelo Peretti
Ancora un Moscato del 2009? Sissignori, ma stavolta della doc Piemonte, fuori dalla denominazione astigiana garantita, dunque. Quello di Piero Gatti.
Al naso s'avvertono curiose memorie di mosto che fermenta, di uva bianca stramatura. Perfino richiami al miele.
In bocca sfoggia una notevole florealità estiva, e vene di uva sultanina, di uva moscato molto matura quanto meno, eppi anche di pesca gialla matura e a tratti financo sciroppata.
La dolcezza è in rilievo, ma vien compensata da una bella freschezza.
Sul finale lo zucchero da uva sultanina tende ad uscire, lasciando impressioni quasi da vino passito, piuttosto persistenti.
Due lieti faccini e quasi tre ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Due bicchieri di Champagne al giorno levano il medico di torno

Angelo Peretti
Un lancio Ansa c'informa che uno studio pubblicato dal British Journal of Nutrition avrebbe dimostrato che bere due bicchieri di Champagne ogni giorno farebbe bene alla salute. Il beneficio deriverebbe dal fatto che quando si beve Champagne – e cito di seguito le parole di Jeremy Spencer, il ricercatore che ha dato alle stampe la propria indagine -, "i polifenoli di cui è ricco, entrano nel flusso sanguigno dove agiscono sul sistema vascolare. Specificatamente sembra rallentino l'eliminazione naturale dell'ossido nitrico dal sangue permettendo a questo di dare i suoi effetti benefici sul sistema circolatorio più a lungo. Alti livelli di ossido nitrico nel sangue come conseguenza dello bere Champagne possono avere benefici effetti perchè oltre ad aumentare il flusso sanguigno aiutano a ridurre la pressione e la possibilità di addensamenti sanguigni. Questo, di conseguenza, riduce la possibilità di malattie cardiovascolari e infarto".
Poi c'è un'aggiunta: "Studi più approfonditi sono necessari però – avverte il ricercatore – per verificare gli effetti a lungo termine del consumo regolare di Champagne".
Sappia l'esimio scienziato che mi offro volentieri come cavia. Anzi, se qualcuno conoscesse il suo indirizzo…
A proposito: sarei un po' curioso di apprendere anche chi cavolo finanzi – e con quale denaro – questo genere di ricerche scientifiche. Così, giusto per sapere. Etichette: Link a questo post 0 commenti

TrentoDoc (si scrive così?) a 3,49 euro: l'ho provato e…

Angelo Peretti
L'ho provato. Sissignori: sono andato all'Eurospin e ho comprato il TrentoDoc (giusto scriverlo così? Non vorrei che gli amici trentini s'offendessero dopo i quattrini spesi a inventare il nuovo logo) Corona a 3,49 euro. Il 2 gennaio, ultimo giorno dell'offerta. E l'ho anche provato. E sotto vi conto com'è andata. Ma prima c'è il prima.
Il prima sono tre: (1) una pagina pubblicitaria della catena dei supermercati Eurospin pubblicata sui quotidiani di mezz'Italia, (2) un articolo di Francesca Negri sul Corriere del Trentino e (3) un pezzo di Franco Ziliani sul suo wine blog Vino al Vino.
La pagina pubblicitaria (1) l'ho vista su L'Arena, il giornale della mia provincia, ma confesso che non ci avrei fatto moltissimo caso se non avessi letto il post di Ziliani (3), che riportava a sua volta il pezzo della Negri (2).
Diceva l'articolo del Corriere del Trentino: "Un TrentoDoc a 3,49 euro. E non a partire da gennaio, periodo che, si sa, è tra i meno redditizi per le vendite di bollicine. Eurospin, la grande catena tedesca di hard discount, in questi giorni sta pubblicizzando su tutte le testate nazionali le sue promozioni di Natale: dal 17 dicembre al 2 gennaio, quindi in pieno boom di vendita di spumanti, tra i prodotti in promozione c'è anche il Corona Brut TrentoDoc, che si può acquistare, appunto, a 3,49 euro. Una private label, cioè un'etichetta privata in questo caso di Eurospin, confezionata ad hoc, come si legge in etichetta, da C.V. di Ravina, ovvero da Cavit. E con il logo TrentoDoc (quello studiato dalle blasonate agenzie milanesi Minale Tattersfield e Leo Burnett di cui tanto si fregiano i produttori locali e Trentino Spa) bello in evidenza in etichetta".
Chiaro che la faccenda era di quelle destinate a far rumore fra i tridentini: che in pieno periodo di boom delle bollicine ci sia in giro un TrentoDoc (giusto scriverlo così? Mah) a 3,49 euro non dà certo una grand'immagine della spumantistica locale. La Negri è andata a chiederne conto ad Enrico Zanoni, neodirettore del colosso Cavit, che le ha dichiarato: "Le attività promozionali di questo tipo sono libera iniziativa del distributore, nella fattispecie Eurospin, anche perché Cavit non può imporre i prezzi di vendita. Cavit ha fatto e sta facendo tutto quanto il necessario per evitare che si ripetano cose di questo tipo e per impedire che vengano applicati prezzi non congruenti alla valorizzazione del TrentoDoc". E chi vuol leggere il resto può andare a vedere l'articolo in originale.
Passo ora a Franzo Ziliani, che, senza mezzi termini – come gli è solito – parla della "geniale ‘pensata' di mettere in vendita, o quantomeno fornire il prodotto, per un TrentoDoc proposto sullo scaffale ad un prezzo ‘impossibile', che rende il prodotto addirittura meno caro di un Prosecco ordinario e lo presenta, con evidente danno d'immagine per la denominazione, come un banale spumantino (di quelli che vanno a costituire il volume del cosiddetto "spumante italiano" che piace tanto al ministro Zaia e ai suoi coriferi), o come uno di quei vini che possono essere commercializzati ad un prezzo ridicolo".
E pensare che la Cavit – lo si leggeva sopra – è stata da poco premiata dalla guida del Gambero Rosso come produttore dello "spumante dell'anno 2010" proprio per un TrentoDoc, l'Altemasi Graal.
Viste tutte ‘ste premesse, giuro che non ho saputo resistere. E dunque ho preso la macchina e sono andato all'Eurospin più vicino – quello di Cavaion Veronese – e alle 15.57 del 2 gennaio ho comprato ben due bottiglie di TrentoDoc Corona a 3,49 euro cadauna. E in serata ne ho stappata una insieme a un amico ristoratore. E adesso vi conto com'è andata.
Colore. Sorprendentemente accattivante. Oro antico, lampi verdi.
Naso. Non enormemente espressivo, ma tipicamente da metodo classico. E cioè crosta di pane, nocciola. Un pelino di vaniglia. E pulizia. Proprio non male.
Bocca. Ecco, magari da quel che hai trovato al naso, t'aspetteresti qualcosa in più al palato. Il vino appare un po' semplice, scarseggia un pochetto in termini di struttura e lunghezza. Epperò c'è da dire che ha una bolla piuttosto cremosa, una morbidezza abbastanza accattivante e, pur accennate, le medesime sensazioni già colte annusando, in continuità. Ed anche in questo caso s'esprime con considerevole pulizia.
Insomma: un vino che come aperitivo sa giocarsi le sue carte. E che, comparato con i prezzi che ci sono in giro nel mondo del metodo classico, vale sicuramente di più di 3,49 euro. Il che vuol dire che alla Cavit lavorano comunque bene e che soprattutto i buyer dell'Eurospin sanno il fatto loro quando vanno a comprarsi i lotti da far imbottigliare a private label.
Dunque, il consumatore che s'è fatto irretire dalla pubblicità dei quotidiani ha fatto un affare, a mio vedere. Lui sì. La spumantistica trentina non credo, ma questo è un altro discorso.
Poi, ci sarebbe da dire altro sulla grande distribuzione, sul suo rapporto col vino, sull'andamento dei prezzi, sulla remunerazione della materia prima (l'uva, intendo) e via discorrendo. Ma è questione lunga e complicata, su cui vorrei soffermarmi con un altro intervento.
Per il momento dico semplicemente questo: il "caso" TrentoDoc dell'Eurospin non sarà di qui in poi l'unico, e forse non è neanche stato il primo. Voglio dire: il "caso" d'un vino comunque ben fatto venduto a prezzi molto bassi con la formula della private label. Anzi: credo che il fenomeno possa esser destinato a crescere ancora. Qui in Italia, intendo, ché all'estero è già consolidato. E su questo c'è da riflettere. Parecchio. Etichette: Link a questo post 0 commenti

Il vino a luci rosse

Angelo Peretti
Leggo che "sorseggiare un vino in un ambiente illuminato di rosso o di blu ne migliora il sapore, secondo quanto emerge dallo studio pubblicato sul Journal of Sensory Studies da un team di ricercatori dell'Institute of Psychology della Johannes Gutenberg University di Mainz, in Germania". A quanto vedo, si tratta dell'esito di una ricerca condotta su cinquecento persone: lo stesso vino, se proposto in un ambiente illuminato di rosso o di blu, ha ottenuto punteggi migliori ed è parso più dolce rispetto a quand'era offerto sotto una luce verde o bianca.
Checché se ne pensi, le esperienze a luci rosse pare proprio non tramontino mai. Come dire? Eccitanti! Etichette: Link a questo post 1 commenti

Capo di Stato 2004 Conte Loredan Gasparini

Angelo Peretti
Il Capo di Stato è un classicissimo dell'opzione bordolese praticata nell'oriente della terra veneta in tempi ante-Parker, prima cioè – e lungamente prima – della collettiva infatuazione filoamericana.
In un certo qual modo, un vino leggendario, tra i primissimi a staccarsi dell'arcaica enologia venetica d'un tempo. Il sito dell'azienda spiega che fu voluto dal conte Loredan Gasparini perché venisse servito nei banchetti ufficiali della città di Venezia, e venne offerto anche all'allora presidente francese Charles De Gaulle, al quale è stato poi dedicato il vino. Si capisce bene che non è esattamente ieri mattina.
L'etichetta, seppure magari un po' tetra con tutto quel nero, è per me da sempre fascinosa, ed è figlia della mano d'un grande artista come Tono Zancanaro: la disegnò nel 1967, mi pare, e a quei tempi, ripeto, Parker era lontano dallo spopolare.
Insomma: chi volesse provare un taglio bordolese ante litteram fatto in area nordestina, al Capo di Stato deve in qualche modo comunque riferirsi.
Si sappia ch'è fatto in prevalenza col cabernet sauvignon, e poi col franc e un pochettino col merlot e un pizzico col malbec.
Ho avuto modo di provare il 2004. E se me l'avessero fatto annusare senza dirmi cos'era, avrei davvero pensato a Bordeaux, per quel frutto bene esposto – la prugna in primis – e quella sottile vena vegetale e quel fondo officinale, che ricorda l'eucalipto e le erbe alpestri. Cabernettista.
La bocca è sullo stesso piano. Ed ha freschezza, e tannino che non aggredisce.
Vino che sta bene in tavola. E che magari con un paio d'anni di bottiglia ancora potrebbe dare soddisfazione ancora maggiore.
Due lieti faccini e quasi tre ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Rheingau Rauenthaler Baiken Riesling Spätlese 1990 Langwerth von Simmern

Angelo Peretti
Il vino dell'anno. Quanti ne stanno scrivendo in questi giorni del loro vino o delle loro bottiglie dell'anno. Ognuno fa la sua lista, e mi sovviene Umberto Eco, che della teoria delle liste ha fatto un libro di cui si fa gran discorrere (ma quanti l'avranno davvero letto?).
Ora, mi dico, volete che non mi ci metta anch'io a scrivere del mio vino dell'anno? Soprattutto adesso che il vino più memorabile del 2009 l'ho appena stappato: una mezzina, dimenticata in cantina, di un Riesling Spätlese tedesco del 1990. Dal Rheingau.
Be', un equilibrio del genere fra amabilità, freschezza e mineralità non ricordavo d'averlo trovato da un bel po', ormai. La vena citrina ti fa salivare e compensa la dolcezza. La tipicissima nota d'idrocarburi rende complesso l'assaggio. Un gioiello.
Al naso, ti si presentano intrigantissime memorie di spezie dolci e di vaniglia, e di candito e di panettone, direi perfino. E vi resta sotteso, appunto, il sentore che direi di gasolio, di kerosene, che è caratteristico del vitigno e dell'area, e che magari non tutti apprezzano, cercando semplicità laddove invece è la complessità a farsi straordinaria.
In bocca è acidula la vena di cedro, di pompelmo, ed è vino che ha di già quasi una ventina d'anni, non dimentichiamolo. E poi la morbidezza degli zuccheri, che trovano compensazione perfetta in quelle presenze citrine. E ancora la liquirizia, intensa e perfettamente integrata. E una lunghezza, una persustenza di tutto rispetto.
Un vino da bere a piccoli sorsi, coccolandosi in una fredda giornata decembrina. E un sorso tira l'altro. E il vino si colloca nel cuore e nella mente, magicamente. E ne cerchi il ricordo, a distanza di tempo. Ma me ne resta solo una foto – quella che pubblico – ripresa col telefonino. Sbiadita, come a volte sbiadiscono, appunto, i ricordi.
Ecco: se ci penso, quest'è il mio vino dell'anno.
Tre lieti faccini ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Elogio del vinino: sul web arrivano le recensioni

Angelo Peretti
Ancora citazioni per il vinino sul web. E cominciano ad arrivare anche le recensioni di bottiglie che rientrano a tutti gli effetti nella tipologia. Ne sono (portate pazienza per la nota autocelebrativa) molto contento.
Parla dei vinino Andrea Petrini sul blog Percorsi di vino in un post titolato "Dalla Calabria al Piemonte, un viaggio alla ricerca del buon vino quotidiano". Dice: "Quando sei considerato esperto di vini tutti si aspettano a Natale che tiri fuori bottiglie strabilianti, costosissime, tali da confermare la tua fama da enosborone e da sciupa soldi. Lo ammetto, l'ho fatto gli anni scorsi ma, quest'anno, le cose sono cambiate. Il motivo? Ho ritrovato dopo tanto tempo gli appunti che presi allo scorso Squisito 2009 e mi sono tornate in mente le parole di Luciano Mallozzi, docente AIS di Roma (che ora possiamo vedere anche alla Prova del Cuoco), che in una intervista diceva di essere 'stufo' di bere sempre e solo grandissimi vini. Non si possono sempre stappare bottiglie di grande Solaia, Sassicaia, non possiamo ogni volta cucinare il capriolo perché abbiamo nel bicchiere un Barolo d'annata. Non si può bere sempre al massimo. Queste la parole che mi riecheggiano la vigilia di Natale, ogni tanto bisogna riscoprire anche il vino quotidiano, il vino franco, sincero, quello del focolare familiare e per alcuni il vinino". I suoi "vinini" consigliati? Il Cirò Rosso Classico Superiore 'A Vita di Vigna de Franco e lo Scaparon Bel Beive di Casa Scaparon (una Barbera piemontese).
Altra citazione sull'Enofaber's Blog in un post dedicato al Colli Orientali del Friuli Schioppettino 2007 di Dorigo. Dice: "Per mia fortuna, una persona che frequenta abitualmente il Friuli, la scorsa estate mi ha portato una bottiglia di questo Schioppettino 2007 di Dorigo ed è stato uno dei vini che ho bevuto durante il pranzo di Natale. Sicuramente è uno di quei vini che si potrebbe definire vinino: il termine non per è nulla dispregiativo, anzi; la valenza principale che si vuole sottolineare utilizzando questo 'neologismo', coniato da A. Peretti sul suo Internet Gourmet, è quella della piacevolezza e della convivialità, come Jacopo Cossater esemplifica in questo splendido post su Enoiche Illusioni. Infatti questo vino rientra in questa sfera di piacevolezza e apparente semplicità: utilizzo il termine apparenza perché ritengo che questo vino possieda una complessità (soprattutto olfattiva) non indifferente, rendendo l'assaggio molto interessante. Vino da bersi abbastanza giovane, almeno questa è l'idea che mi sono fatto durante l'assaggio". E dopo le note di degustazione conclude dicendo: "Insomma, un gran bel vinino…" Etichette: Link a questo post 1 commenti

3 gennaio: Champagne alla Taverna Kus di San Zeno di Montagna

Domenica 3 gennaio 2010, alle ore 12.30, alla Taverna Kus di San Zeno di Montagna (Verona) InternetGourmet e Slow Food del Garda Veronese organizzano una degustazione di Champagne.
Posti disponibili: 10.
Quota di partecipazione (pranzo incluso): 70 euro (65 euro soci Slow Food).
Prenotazioni ai numeri 338 4818580 – 045 7285667. Etichette: Link a questo post 0 commenti

Breganze Marzemino Terrazze 2007 Tenuta Bastia Saccardo

Mauro Pasquali
Se è vero che la patria riconosciuta del Marzemino (nella sua versione ottenuta dall'uva marzemina gentile) è la Vallagarina e il suo capoluogo Rovereto, altrettanto vero è che sulle colline attorno a Breganze, l'uva marzemina si coltiva da secoli e da sempre si produce anche qui il Marzemino, anche se ormai sempre meno produttori l'hanno a listino. Ed è un peccato, ché, al pari di quanto accade nel vicino Trentino, anche sulle colline di Breganze, si ottiene un Marzemino di tutto rispetto.
Se da Breganze, ci si sposta poco più a sud, dove la pianura è caratterizzata dall'inizio della zona delle risorgive, troviamo un'unica altura che interrompe il piatto paesaggio e, su quest'unico colle, è appollaiata la Tenuta Bastia, la più piccola azienda della doc Breganze. Qui, dal 1971, Mario Saccardo produce i suoi vini, poche bottiglie ogni anno, e poche etichette, fra cui spicca questo Terrazze, marzemina in purezza.
Alla vista mi conquista con il suo bel colore rosso rubino, quasi impenetrabile. Al naso mi avvolge con un bel frutto croccante, di frutta fresca e piccoli frutti rossi. In bocca entra deciso, pieno e con una bella sapidità. Alla fine chiude con una buona lunghezza finale e un bel retrogusto di piccoli frutti rossi.
Un faccino e quasi due ๐Ÿ™‚ Etichette: Link a questo post 0 commenti

Bordeaux, la finezza delle vecchie annate

Angelo Peretti
Come d'abitudine, a cavallo fra Natale e Capodanno, mi son cimentato in una degustazione (a tavola) di vecchie bottiglie di Bordeaux. Ormai è qualche anno che il rito si ripete. Stavolta, n'ho stappato una piccola miscellanea presa di cantina. Un'escursione fra diverse appellation e annate. La più vecchia un 1959, la più giovane un 1988. E t'accorgi – o almeno quest'è la mia impressione, confermata però più volte – di come con lo scorrere degli anni sia andato cambiando lo stile, passando dalla ricerca della beva e della finezza e della freschezza all'accentuazione della concentrazione, strizzando magari l'occhiolino al mercato americano.
M'è capitato spesso di dire che amo i Bordeaux pre-parkeriani, quelli che ancora non erano costruiti per i bevitori a stell'e strisce. E una specie di linea di demarcazione in genere mi pare la si possa tracciare fra l'85 e l'89. Ma forse mi sbaglio, ché non sono questo grand'esperto di rossi bordolesi.
In ogni caso, ogni volta rinnovo lo stupore per come Bordeaux sappia (abbia saputo) darci dei rossi che valicano i decenni con nonchalance, mantenendo freschezza e bevibilità succosa anche dopo trenta, quaranta, cinquant'anni. Talché un vino di venti-venticinque anni ti vien da dire che è troppo giovane. E domando: ma dove altro al mondo si può dir lo stesso?
Oppure, anche da noi c'è qualche rosso che supera le decadi, ma è appena un'eccezione, un voce che parla nel deserto. Dalle vigne e dagli château bordolesi ce n'arrivano decine e decine di vini del genere. E non occorre per forza andare a cercare le case famose, le etichette del mito, quelle che ti ci vuole un mutuo. Si può bere strabene anche con trenta-quaranta euro. Avendo la pazienza di cercare, di analizzare, di comparare. E parlo di bottiglie che han già la loro bell'età, mica di annate recenti.
Giusto a mo' di diario, ecco qui sotto qualche annotazione delle bottiglie stappate stavolta. In ordine di apparizione, dalla più datata alla più giovinetta, se così si può dire.
Haut-Médoc 1959 Château Le Bourdieu
N'ho già potute stappare tre bottiglie di questo vino, e tutt'e tre le volte lo stupore è stato il medesimo, verificandone l'integrità e la freschezza. E ha cinquant'anni. Colore rubino, tannino tuttora ben saldo, freschezza considerevole. Mirtillo. Vene di liquirizia. Beva.
Tre lieti faccini ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚
Saint-Émilion 1976 Château Lassegue
Ecco, questi sono i Bordeaux che adoro. Quelli che appena aperti ti sembrano piccolini, e invece poi col tempo ti stupiscono per la finezza e l'eleganza. Da subito, ha tracce vegetali. Poi arriva la fragolina. Di poi la liquirizia. Infine il cioccolato al latte. Il tutto come in un acquerello. Splendido.
Tre lieti faccini ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚
Margaux 1978 Château Deyrem-Valentin
Classicamente Margaux con quel suo tannino vellutato. Conserva, dopo trent'anni, una compattezza di tutto rispetto, e ti vien voglia di dire che è ancora giovane da stappare. Memorie terrose intridono il fruttino di bosco. C'è bella freschezza.
Due lieti faccini ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚
Graves 1983 Château Carbonnieux
Per me, un altro classico. Il Carbonnieux rosso (allora era Graves, oggi, se non sbaglio, Pessac Leognan) dell'83 è stato il primo Bordeaux di cui mi sia innamorato, anni fa. E col passare del tempo mantiene le promesse. Ha grandissima freschezza. Dico una bestialità se affermo che si sente l'anima sostanzialmente bianchista – quasi un marchio di fabbrica – di questo château?
Due lieti faccini e quasi tre ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚
Margaux 1985 Château du Tertre
La potenza. Denso già nel colore, ha frutto compatto e tannino fitto e freschezza invidiabile e vene di terra. Un rosso ancora giovanissimo.
Due lieti faccini ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚
Margaux 1988 Château la Gurgue
Compatto e concentrato, ma non per questo privo di beva. Impressiona per il carattere, la personalità. E il velluto. Sfoggia eleganza considerevole. Ed è molto, molto giovane, e promette una felice evoluzione futura, per chi n'avesse bottiglie in cantina.
Due lieti faccini e quasi tre ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚
Haut-Médoc 1988 Château Lanessan
Eccola qui la linea di demarcazione, il confine. Fra i Bordeaux della classicità e quelli della modernità. Cupo nel colore, fitto nella trama tannica, eppure anche fresco, questo rosso guarda un po' al passato e un po' al presente. Alla lunga, dopo ore dalla stappatura, è ancora sorprendentemente nervoso, ed anzi esprime sentori decisamente vegetali che accompagnano il frutto rosso e il cioccolato.
Due lieti faccini e quasi tre ๐Ÿ™‚ ๐Ÿ™‚ Etichette: Link a questo post 3 commenti

Soave in Stelvin: scrive Andrea Pieropan

Angelo Peretti
Qualche giorno fa, ho scritto della scelta di Nino Pieropan e della sua famiglia di imbottigliare con la capsula vite – lo Stelvin – il proprio Soave base destinato all'estero. Una scelta difficile, dato che ha imposto, alla luce dell'assurdità della legge italiana, d'abbandonare la doc del Soave Classico per passare a quella del Soave tout-court: secondo il bizantinismo legislativo italico, il termine Classico può associarsi infatti solo al tappo raso, ed è pazzesco che ci sia ancora una norma del genere, che nacque in un'epoca ormai remota, quando c'era bisogno di tutelare il vino di qualità verso i bottiglioni da quattro soldi in tappo a vite.
Ritengo la scelta dei Pieropan importante. E mi sono rammaricato non sia stata sufficientemente comunicata in Italia: poteva essere un validissimo, fondamementale esempio per chi – produttori, ristoratori, enotecari, consumatori – ancora tentenna davanti a una capsula a vite. Che invece, almeno sui bianchi, mi si è sempre dimostrata ottimale.
In ogni caso, è importante che i Pieropan – che son leader bianchisti riconosciuti – la scelta l'abbiano fatta. E spero che altri, nel Soave, nel Veronese, in Italia, li seguano.
Dopo il post, è nato un qualche dibattito sulla questione. Ed ora mi ha scritto Andrea Pieropan, figlio di Nino, spiegando ulteriormente la scelta e le azioni conseguenti. Un bell'intervento, che credo aiuti nel dibattito. Lo riporto qui di seguito, con la sua autorizzazione.
"Gentile signor Angelo Peretti
Sono Andrea Pieropan e inanzitutto volevo ringraziarla per aver sollevato la questione su un problema reale e dibattuto.
Devo comunque dirle che Pieropan usa lo Stelvin anche per il mercato Italiano, ma solo per il formato da 375ml. Come ha detto il nostro Importatore londinese David Gleave, per noi Pieropan è stata una scelta ardua e coraggiosa (ad oggi nessun produttore di Soave l'aveva fatta) e abbiamo impiegato tutte le nostre energie per applicarla e decisamente meno per comunicarla.
La scelta è stata difficile perchè Pieropan ha tutti i vigneti in zona Classica quindi è stata dura accettare di dover chiamare un vino in maniera diversa da come nasce.
Ad ogni modo dopo una anno siamo molto contenti perché questa scelta ci permette di mantenere maggiore freschezza e di poter usare meno solforosa quindi di commercializzare un prodotto più sano e puro.
Da subito è stato forte anche il messaggio in Italia perchè basti pensare che ad oggi il 375 ml è chiuso a Stelvin e solo a Stelvin, ovunque nel mondo, compresa l'Italia. Pertanto se un consumatore italiano volesse un Soave exclassico in formato 375ml pùo averlo solo chiuso a Stelvin, oppure scegliere un vino di un altro produttore. La scelta di iniziare da questo formato è stata puramente tecnica in quanto il vino rischia una maturazione più precoce, lo Stelvin preserva il vino dell'ossigeno migliorando la tenuta nel tempo.
Come ha detto quel lettore anonimo "c'è molta carne e poco fumo", ma il processo in Italia sarà più lento; dovrà essere il ristoratore/enotecario a convincersi della qualità, magari bevendo una Soave da 375ml in una calda sera d'estate…" Etichette: Link a questo post 2 commenti

Cari sindaci, non è vero che bere è reato, accidenti!

Angelo Peretti
Leggo che sono iniziati i lavori per il concorso enologico della Selezione del Sindaco, indetto dall'associazione delle Città del Vino. Ora, prego i vertici associativi di spiegare ai loro sindaci soci che non è una bella cosa che all'ingresso di un paese vinicolo ci sia un display luminoso che dice: "Guidare dopo aver bevuto è reato".
Non è vero, perché semmai è reato guidare dopo aver bevuto alcolici in misura tale da avere il proprio tasso alcolemico al di sopra delle soglie di legge.
Non è vero, perché bere, al di fuori del caso di cui sopra, non è reato: vorrete mica vi arrestino per aver tracannato una mezza minerale, vero?
E comunque far terrorismo non serve a un bel niente, soprattutto se una comunità vive della produzione di vino. Semmai, educhiamo, che è un'altra cosa. Etichette: Link a questo post 1 commenti

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